Chi prega come Gesù, vive di quell’ “Uno” che è il solo Amore necessario che rende l’uomo libero anche dentro l’angoscia e le immancabili preoccupazioni della vita quotidiana e ha un cuore che vede e si commuove di fronte alla persona che soffre e si avvicina a chiunque essa sia, facendone un  fratello o una sorella: la preghiera è il centro della novità della esperienza di vita che Gesù sta proponendo ai suoi discepoli nel cammino verso Gerusalemme.

Ma che cosa significa pregare come Gesù? E come pregare come  Lui?

“Signore, insegnaci a pregare!”: è l’implorazione che sgorga dal cuore di uno dei suoi discepoli, rivolta a lui, in un momento di pausa della sua preghiera.

Gesù in preghiera ritorna spesso nel Vangelo di Luca: 3,22; 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 10,21-22; 22,44-46. Il grido finale di Gesù in Croce, nel momento in cui spira: “Padre, nelle tue mani ripongo il mio spirito”, è la sintesi di tutta la sua preghiera. La preghiera di Gesù è il realizzarsi concreto, quotidiano, dinamico, della sua radicale esperienza di Figlio del Padre, che vive nella storia, nella fragilità della carne dell’uomo: per Lui, Dio è il Padre che lo genera in ogni attimo. Per Lui, la preghiera è l’adesione libera alla volontà del Padre per essere unicamente quello che il Padre vuole. “Padre cosa vuoi che io sia?” “Padre, cosa vuoi che io faccia?”: è la preghiera che è il respiro continuo della sua vita che significa ascoltare per aderire liberamente alla volontà del Padre a tal punto da farne la volontà del Figlio, la sua vita, la sua parola, il suo agire, e poi gustare, ringraziare, e poi credere, amare, sperare…

Ogni attimo, per Gesù, è preghiera: “ed avvenne che essendo, in un luogo, in preghiera, come si fermò,  uno dei suoi discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare…” (Lc.11,1). Le nostre versioni traducono con “quando ebbe finito…” un verbo che significa piuttosto “sostare”, “fare una pausa”: Gesù non finisce mai di pregare, semplicemente crea uno spazio perché i discepoli possano entrare nella sua preghiera.

Luca con una sua raffinata operazione redazionale, intende radicare esplicitamente la preghiera dei discepoli nella preghiera di Gesù: vedendo Gesù pregare, vogliono imparare dal Maestro a pregare come lui. Ma vedere Gesù pregare, significa intuire la radice della novità della sua vita: imparare a pregare come lui significa entrare nell’intimità della esperienza  che egli vive con Dio.

“Insegnaci a pregare”, non si esaurisce nell’imparare una tecnica, ma esprime tutto il desiderio di comunione profonda con Gesù, per vivere con lui l’intimità con il Padre.

E l’aggiunta che il discepolo fa alla sua richiesta: “come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”, contiene la chiara percezione della novità che Gesù esprime in rapporto a Giovanni.

In questo possiamo trovare un ricordo della tensione viva nella prima comunità dei discepoli di Gesù con i discepoli di Giovanni, di cui abbiamo  un segno pure nei primi due capitoli di Luca: chi è più grande, Giovanni, intenso predicatore morale, che sta nel deserto e grida forte…o Gesù, che mangia e beve con i peccatori, che non grida, non condanna, ama? Certo i discepoli di Gesù hanno percepito e hanno sotto gli occhi la novità della relazione con Dio che egli vive, ben diversa da quella di Giovanni…

“Ed egli disse loro: Quando pregate, dite: Padre…” La differenza tra Luca 11,2-4 e Matteo 6,9-13 è evidente: agli esegeti compete affrontare tutti i problemi connessi con queste due diverse tradizioni della preghiera insegnata da Gesù, ed illuminarne l’interpretazione.

Nella essenziale brevità di Luca viene sottolineata la partecipazione della preghiera del discepolo alla preghiera del Maestro: nella comunione con Gesù, il discepolo vive la novità della sua relazione  con Dio e di conseguenza, la preghiera è il compiersi dell’esperienza filiale.

“Padre”. Gesù invita i suoi discepoli a pregare così, con questa invocazione che nel Vangelo ritorna continuamente sulle sue labbra:  dovremmo percorrere tutto il Vangelo di Luca per comprendere che cosa significhi per lui proclamare questo nome,  per poterlo rivivere nei nostri cuori e ripetere con le nostre labbra il suo grido filiale.

Solo chi lascia che l’amore del Padre scenda nel profondo del proprio cuore, chi ne gusta la gioia, chi ne sente il sostegno, può dirgli tutto, abbandonarsi in lui anche nell’oscurità più profonda, perché ha la certezza di non essere mai abbandonato.

“Sia santificato il tuo nome”: questa frase già presente negli antichi profeti, adesso come preghiera del figlio ha un significato nuovo. Il nome di Dio, la sua natura, è “Padre”. Il figlio che sperimenta l’Amore infinito del Padre, prega perché la sua forza divina si manifesti nel mondo: Dio è l’Amore. Ma il figlio sa che perché l’Amore sia riconosciuto nel mondo occorre che il suo cuore si apra, non sia ripiegato su di sé, non abbia paura, perché  tutta la sua vita sia la via attraverso la quale l’Amore del Padre entri nel mondo.  La preghiera diventa invocazione al Padre perché il suo Amore apra il cuore dei figli e diventi la vita nuova del mondo.

“Venga il tuo regno”: il regno del Padre, la sua volontà, non può che essere la felicità dei figli, la vita fraterna, la condivisione, la solidarietà, la giustizia, la pace, l’amore. Ma, ancora una volta, il regno del Padre non può realizzarsi se non attraverso la collabolazione dei figli che aprono gli spazi della loro libertà alla sua volontà paterna: figli che guardano al loro Fratello che affidando tutto se stesso al Padre ha proclamato che il regno ormai è in mezzo a noi  .

Tutto è Amore del Padre: occorre soltanto crederlo, accoglierlo, viverlo, entrare nella logica dell’Amore.

Chi crede l’Amore del Padre, ha occhi nuovi per vederlo: vede e vive in modo nuovo. Tutto è dono: non vince l’angoscia, l’ansia, la paura, la prepotenza, il potere…Chi crede l’Amore lo gusta e si apre ad accogliere un dono sempre più grande: la preghiera è un’esperienza concreta.

“Donaci il pane di cui noi abbiamo bisogno ogni giorno”. È Lui, il Padre, che ci nutre ogni giorno, se noi non violentiamo la natura, se non dimentichiamo che la terra è di tutti e noi siamo tutti fratelli.

“Perdona a noi i nostri peccati, perché proprio noi perdoniamo a tutti coloro che hanno dei torti verso di noi”: noi abbiamo bisogno di essere perdonati dal Padre, di sentire il suo Amore gratuito per vincere le nostre paure, ed è l’esperienza quotidiana della fragilità delle nostre relazioni fraterne, l’esperienza quotidiana del valore del nostro concreto perdonarci a vicenda i nostri torti, che ci rende sinceramente imploranti del suo perdono.  Solo questa concreta circolarità del perdono ci fa gustare la novità della vita nuova, filiale e fraterna.

“E non condurci nella tentazione”: questa è l’implorazione estrema del Figlio rivolta al Padre, che Gesù insegna ai suoi discepoli, perché Lui stesso l’ha gridata. Tutto è Amore: ma credere e vivere l’Amore nella carne umana, nella fragilità, nell’oscurità, rimane un dramma. Gesù, nel Gethsemani ha pregato: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Ma non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. La “tentazione”, alla fine, è una sola: nella drammaticità estrema della vita, come posso  credere l’Amore? E allora la preghiera del Figlio, in alcuni momenti non può non diventare drammatica. Lui ha gridato: “Padre…” anche nel momento estremo. Ai suoi discepoli, a noi, che siamo infinitamente più fragili, ha insegnato a pregare: “Non condurci nella tentazione”. “Padre, credo che tu mi ami, ma in alcune situazioni  le mie forze sono troppo deboli, ti prego: non condurmi nella tentazione di non credere il tuo Amore”: e Dio che ci ama con la tenerezza del Padre, ascolta il nostro grido e trova la via, misteriosa, solo sua, per rinnovare il suo Amore per noi.

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