A Maria A. Cavazzuti

Tutti i lunedì don Agostino era a desinare in casa dei suoi nipoti, la famiglia più facoltosa e riverita del borgo. Tuttoché don Agostino non fosse ancora arrivato alla dignità di vescovo, egli trovava fra quei congiunti un’ospitalità premurosa, e perché gli portavano affetto, e perché eran convinti che un vescovo fosse un uovo che andava covato con più ostinata pazienza.

Don Agostino non era un raffinato buongustaio, e prediligeva cibi semplici e campagnoli; ma per non contristare la signora Sofia, madre della padrona di casa, finiva per rispondere ai lunghi elenchi sottopostigli perché vi scegliesse il suo piatto preferito, che ecco, forse, quel timballo di cavol fiorito, perché no?… Neppure si poteva dire che fosse, don Agostino, un brillante discettatore di teologia. Ma si adattava di buon grado a regger la conversazione con dotti frati e professori di seminario che i suoi ospiti gli facevan trovare di tanto in tanto all’altro capo della tavola, e a cui egli dava sempre mansuetamente ragione.

Il nipote Gustavo era un bel signore che difendeva la sua nativa taciturnità parlando molto: di argomenti, beninteso, abbastanza fittizi da permettergli di coltivare frattanto i suoi privati pensieri, di far apparire animato il pranzo e nel contempo d’impedire che la moglie Nina mettesse bocca con qualche sproposito. La quale Nina s’era avvezzata a tacere, col bellissimo mento sul bellissimo petto, come in colpa, restandole il compito, quando un silenzio imbarazzante stagnava fra i commensali, di prendere la mano di don Agostino esclamando: «Oh caro zio, come ci fa sempre piacere l’avervi con noi».

Oltre la signora Sofia, che non tralasciava di recitare il rosario anche durante il pasto, Lorenzino e Agnese, due rampolli rispettivamente di quattordici e di dieci anni, facevan corona a don Agostino il lunedì. Lorenzino, che era in quell’età in cui si sognano tribù selvagge e fiumi coi coccodrilli, non perdonava allo zio di non essersi fatto missionario, e di non aver perciò nulla di bello da raccontare. Agnese invece, una fanciullina bionda come un’ape, nutriva pel sacerdote una tenerezza furtiva, palesata con minuscole premure e felici rossori.

«La tabacchiera dello zio» diceva puntualmente il signor Gustavo deponendo la tazza vuota del caffé. E Agnese porgeva aperta la bellissima tabacchiera, recante sul coperchio intarsiata una mitria di vescovo con le infule frangiate di rosso. Don Agostino si serviva con modestia; dopodiché il nipote Gustavo, abbassato il coperchio, tamburellava con le dita su quell’insegna vescovile e guardandosi le sopracciglia: «Avete notato zio» diceva «come sia diffuso, anche fra le persone colte, l’errore di dir luna di marzo, luna d’aprile, eccetera? Eppure tali espressioni non hanno alcun significato scientifico. Un giusto significato si avrebbe solo se i mesi dell’anno cominciassero col nuovo novilunio e terminassero col novilunio seguente. Ma ciò non avviene, mio caro zio» seguitava graffiando con l’unghia la mitria «perché la luna inizia o termina la sua lunazione in uno qualsiasi dei giorni del mese. Non ha quindi alcun senso parlare di luna di marzo o di aprile, eccetera, e l’origine di questa espressione risale all’epoca remota in cui i popoli usavano il calendario lunare, dico gli antichi calendari ebraico e romano, anteriori alla riforma di Giulio Cesare».

Lorenzino intanto mescolava i tarocchi per la rituale partita che ogni lunedì, eccettuata la settimana santa, vedeva don Agostino e la signora Nina contro il signor Gustavo e suo figlio, mentre Agnese, appoggiato il mento sulla spalla della madre, seguiva le carte che saltavano come ranocchi dalle mani dei giocatori sul verde tappeto e carezzava segretamente l’orecchio della mamma. Il signor Gustavo ardiva a quel punto qualche facezia sulle sorti del gioco, quando lo zio aveva carte fortunate, lagnandosi invariabilmente che quel mazzo doveva averlo mescolato san Ranieri, protettor degli imbrogli; al che don Agostino doveva portar le mani alla chierica scandolezzato e la signora Sofia farsi il segno della croce. Alle due pomeridiane il cameriere Cosimo entrava puntuale a dir che la carrozza attendeva monsignore. Benché il tragitto alla canonica non fosse più che mille passi, il signor Gustavo aveva stabilita quella consuetudine per limitare la permanenza dell’ospite compiendo al tempo stesso un atto cortese. Baciata la mano dello zio già accomodato in carrozza, la famiglia riunita non lo avrebbe riveduto più fino alla domenica, dal banco degli antenati, quando saliva l’altare per la Messa cantata, tra il bombire dell’organo e l’incenso, laggiù sotto la pianeta, fulgente come un grosso scarabeo.

Don Agostino era solito approfittare di quell’occasione per concedersi un giro in carrozza, e Cosimo sapeva ormai di fargli cosa grata allungando un poco la strada e percorrendo a briglia lenta certi viottoli ombrosi, specie, d’autunno, quelli seminati di ricci che le ruote delle carrozza schiacciavano sprigionando le castagne dal mallo. Il prete rosicchiava qualche po’ di breviario, purificava i sensi del troppo sapido cibo e scambiava col corriere opinioni sul raccolto; e ai villici che gli gridavano: “Prosit, monsignore…” appariva il più invidiabile dei preti. In realtà il sant’uomo avrebbe dato tutte le indulgenze lucrate in quarant’anni di pio ministero perché il cavallo, imbizzarritosi, lo trascinasse a corsa pazza in un paese lontano le mille miglia. Egli guardava le innocue spalle di Cosimo, il suo metodico penitente d’ogni sabato, stagliarsi contro il fogliame, e vedeva il ladro impunito che da anni rubava nella casa dei padroni e a cui avrebbe detto, smontando davanti alla chiesa: “Grazie, mio buon Cosimo”. Indi si sarebbe rannicchiato nel confessionale, con lo stesso sgomento onde un cacciatore dal fucile scarico può attendere un leone in campo aperto.

Il lunedì toccava per solito alla signora Nina, ed era dedicato al sesto comandamento, “non fornicare”. La signora Nina se l’intendeva con l’amministratore dei poderi del marito, un visconte decaduto di città, e si confessava come se si spogliasse, giuliva di fare al povero zio le sue confidenze d’alcova. Costui l’ammoniva dei castighi infernali e le affibbiava tanti rosari da tenerle le mani occupate per l’intera settimana, e la Nina si allontanava dal confessionale con la veletta umida di belle lagrime sul viso incantevole e inespressivo come l’ala d’una farfalla, e sospirando: “Caro zio, come mi comprendete!”.

Il martedì veniva sua madre, la signora Sofia, e si retrocedeva al quinto comandamento “non ammazzare”, dato che la buona donna non riusciva a vincere la periodica abitudine di metter nella minestra del genero vetro tritato e capocchie di fiammiferi.

Lorenzino, il mercoledì, ne aveva di bellissime, imperniate sul settimo “non dir bugie”, giacché da parecchi mesi marinava la scuola per biscazzare in certe case con coetanei precoci; e chiedeva dopo l’ego te absolvo allo zio qualche scudo, per far onore ai suoi impegni di gentiluomo e tornare sulla retta via.

Ma quando il giovedì veniva al tribunal di Dio il nipote Gustavo in persona, i dieci comandamenti non bastavano più, e il povero don Agostino, in quel lombricaio di peccati e di nequizie fuori serie, poco ci si raccapezzava, talquale un vecchio chirurgo che aprendo la pelle del paziente vi trovi, anziché milza fegato e intestini, i geroglifici d’una sconosciuta anatomia. Nella sua anima non c’eran peccati veniali, ché anche i piccoli s’affrettavano a far carriera e a divenir mortali, come liquidi innocui passando attraverso serpentine e bistorte d’un velenoso strumento d’alchimia. E le colpe più grosse, all’inverso, si rattrappivano, svuotate d’ogni rombo di passione, mistificate in vocaboli di trattato di morale per seminaristi, come aquile e rinoceronti ridotti alle proporzioni d’un simbolo araldico su un leggiadro blasone. E ad onta della sua ecclesiastica perizia nel confessarsi, era singolare come in lui fraudolenza, lussuria, invidia, orgoglio, avarizia e tutti i vari brevetti di Lucifero, si fossero a tal modo aggrovigliati e imbastarditi fra loro che il povero confessore-zio sudava sette camicie a capir se una birbonata commessa con una minorenne fosse o no legata a certi passatempi di strozzinaggio cui Gustavo si dedicava chiamandoli, fuor di confessionale, “un po’ di bene ai suoi poveri”.

«Figliolo mio, figliolo mio…» boccheggiava il prete molleggiandosi sui glutei. E cercando le parole si mordeva le labbra quando gli veniva di dire “pensa a quella santa donna di tua moglie” o “fallo per quell’angelo del tuo Lorenzo”; e si contentava di gemere, strizzando gli occhi e facendo il brincio con la bocca: “Agnese… povera santina… povera, poverina….”.

«Vi attendiamo lunedì a mezzogiorno, zio» diceva Gustavo alzandosi di ginocchi con voce mutata, e nettandosi con la manica i pantaloni: «Lunedì».

Lunedì! Come un armento che dà lana, a lui toccava dare assoluzioni, indulgenze, preghiere. Toccava far da parafulmine all’ira di Dio su quella casa del diavolo; e in compenso al lunedì gli spettava la sua manciata di biada, il timballo, la crema, il tabacco fino, la partita a tarocchi, la scarrozzata; e a Natale i capponi, e durante la caccia i fagiani e le starne. Il conto tornava. Lavasse i panni sudici nel suo silenzio blindato di confessore-zio, giacché i panni sudici si lavano in famiglia, e il signor Gustavo non poteva ammettere che un altro prete del borgo lo salutasse con deferenza men che massima. Si santificasse per loro, lo zio prete, e li portasse, dopo morti, tutti in Paradiso, come salsicciotti legati sotto la tonaca: “Questi, Eterno Padre, sono i miei nipoti…”.

Ma intanto pretendevan pure che diventasse vescovo, perché desse la lustra dell’anello a quel porcile; o forse, chissà, per concedersi il privilegio di peccati più massicci, quelli dei quali solo al vescovo compete, secondo il diritto canonico, l’assoluzione. Don Agostino avrebbe tratto giù Cristo pei piedi dalla croce perché lo cavasse d’impaccio. Soffiava e friggeva nel confessionale come un ghiro affumicato dai cacciatori nel suo nascondiglio. Poi, affranto, si appisolava e smaniava per mali sogni, finché il più delle volte lo svegliava una vocetta dietro la grata:

«Zio, zio…»

«Sei tu, Agnese?» diceva don Agostino. «Sia lodato Gesù…»

Agnese si confessava: di là dal legno bucherellato mandava al prete il suo alito di caramella e la brezza della sua favolosa innocenza, e pareva, all’orecchio di don Agostino, un violino suonato da un angelo entro un erbaio dagli steli altissimi.

«Io non so se sia peccato, zio» diceva Agnese «ma ho preso quel grillo che canta così bene in fondo al giardino… L’ho qui in mano… Se Gesù me lo presta vorrei metterlo nella stanza di babbo e mamma, sotto un bicchiere, pel loro anniversario.»

«Tu devi tanto pregare» ripeteva ogni volta don Agostino «tanto pregare per babbo e mamma, per la nonna, per Lorenzino…»

Poi zio e nipote uscivan di chiesa, e tendendosi per mano andavan nell’orto della canonica a veder per l’ennesima volta i pulcini, l’alveare, la statua della Madonna nella nicchia di falsa roccia foderata di conchiglie. Don Agostino s’impastava le mani e inspirava tant’aria quanta ce ne stava sotto la tonaca; e quando Agnese gli voltava le trecce carezzava l’aria in forma di croce e la spruzzava, non visto, di furtive benedizioni.

Quel lunedì don Agostino era salito in carrozza con la bocca più dolce e il cuore più amaro del consueto. S’era festeggiato il quindicesimo anniversario delle nozze di Gustavo e Nina, con intervento dei notabili del borgo e di due o tre preti gallonati un dei quali in rappresentanza del vescovo, gravemente infermo ma “presente in ispirito e benedizioni”. La Nina sedeva tra don Agostino e il visconte, il quale s’era fatto premura d’informare monsignore che nei suoi antenati figuravano tre cardinali, e, per parte di madre, anche un santo eremita del secolo decimoquarto. La signora Sofia, incastonata tra un canonico e un frate, oscillando come un pendolo mandava avanti con questo una conversazione sulle reliquie miracolose dei santi e con quello un’altra su certi sformati di funghi onde il canonico voleva ben chiara la ricetta, finché a un certo punto, da destra e da mancina, si parlò solo di sformato. C’eran stati anche dei brindisi di cui uno del maestro, in versi martelliani dove, dopo molt’altri esempi mitologici, Gustavo e Nina eran paragonati a Filemone e Bauci. Da ultimo il visconte aveva alzato il calice auspicando nuova prole a quel focolare invidiato, alla felicità del quale altro non mancava, aggiunse con cortigiana impudenza, che la prossima e immancabile gloria d’un vescovo in famiglia: sortita cui tutti applaudirono guardando don Agostino, tranne il rappresentante del moribondo prelato che se la cavò con una soffiata di naso.

Finalmente tutto questo era finito, e don Agostino, riverso con gli occhi socchiusi, era solo carrozza, odor di campagna, rumor lontano di gualchiere e vicino di rogge, di polli e d’insetti nel bel luglio fumante. Oh bontà delle pannocchie, delle cortecce, dei sambuchi… Oh brave cicale, zelanti uccelli, rispettabili ramarri, innocenti capricci delle nuvole suoi colli… Oh amici, amici tutt’intorno! Perché, invece che vescovo, il Signore non lo promoveva facendolo diventare un calabrone o una chiocciola o una qualunque di quelle creature libere e ignorate, che sanno i tranquilli segreti della terra anziché quelli tormentosi e inguaribili degli uomini? Ed era mai possibile che i tesori della Redenzione, le consolazioni del sacerdozio e tutte le belle cose che aveva sognato in seminario, per lui si esaurissero nel ruffianeggiare presso il buon Dio quella mezza dozzina di bigotti sacrileghi?

Ma proprio quel giorno, in canonica, una grossa sorpresa attendeva don Agostino. In una lettera recante i timbri della Commissione Concistoriale un monsignore suo amico colà influente gli preannunziava, in forma ufficiosa e del tutto confidenziale, ch’egli era stato nominato vescovo in partibus, e precisamente in una certa regione dell’Affrica il cui nome il prete dovette andar a ripescare nelle sue reminiscenze scolastiche. “Mi figuro” conchiudeva la lettera “la consolazione del Suo signor nipote, che tante volte venne a esternarmi la santa ambizione di vederla pastore di anime…”. Don Agostino cavò un atlante dalla sua libreria, cercò la regione nominata, misurò il braccio di mare che avrebbe separato lui dai peccati dei suoi nipoti, e si congratulò con l’Onnipotente che aveva colmato i voti del signor Gustavo con quella spiritosa variante.

Lo accompagnarono alla città d’imbarco, in carrozza. Dietro, sotto il mantice, il neo vescovo e la signora Sofia con Agnese nel mezzo; dirimpetto Gustavo e Nina e in serpa, a fianco di Cosimo, Lorenzino. Il viaggio fu taciturno. La nervosa eloquenza dei ventagli teneva il posto, fra quelle membra pigiate e ostili, d’una conversazione ormai impossibile. Il prete teneva nella mano la mano sottile di Agnese, con una serena tristezza, e sentiva che il suo sacerdozio stava finalmente per cominciare.

Scomparsa che fu la nave all’orizzonte, i nipoti del neo vescovo fissavano ancora il mare pallidi e smarriti. Era scappato il prigioniero, ed essi si trovavano, per la prima volta senza intermediari, a faccia a faccia con Dio. I loro peccati, murati vivi in un labirinto senza uscita, sibilavano terrorizzati in fondo ai loro petti come topi nella stiva d’un naviglio invaso dal naufragio.

Fu un si salvi chi può generale, e ognuno se la cavò come meglio fu capace. La signora Sofia pensò di morire di gastrite per aver assaggiato soprappensiero una minestra non sua, dopo che la Nina aveva preso il volo col visconte portando seco nel trambusto della partenza la cassaforte, ma non i gioielli spariti con Cosimo qualche giorno avanti. Lorenzino, venuti a galla i suoi passatempi, aveva scelto, tra il collegio e un posto di mozzo su una petroliera, quest’ultima soluzione. Tutte codeste cose il vescovo Agostino le apprese – o per meglio dire le ricostruì – da una lettera di Agnese; in cui era detto, da ultimo, che il babbo era stato portato via da certi uomini vestiti di bianco perché, spenzolandosi dalla finestra, gridava i suoi peccati a tutta la gente che passava di sotto. La lettera era postillata dalla superiora d’un convento ove la bambina era stata accolta, e la religiosa chiedeva consiglio a Sua Eccellenza in quella penosa congiuntura. Allora il vescovo Agostino scrisse alla superiora pregandola di accompagnare Agnese fino all’imbarco della nave e di affidarla poi al capitano, per cui le allegava una missiva. Nella busta era unito tutto il denaro occorrente pel viaggio e in più una immaginetta viatico raffigurante i nuovi nipoti di zio Agostino: una tribù di moretti inginocchiati sotto un banano, con gli occhi al cielo e le mani giunte in atto di ricevere il battesimo da un angelo.

Luigi Santucci, Lo zio prete, Milano, Mondadori, 1951, pp. 65-77.

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