Spesso la spiegazione del Vangelo richiede un po’ di fatica, per chi deve preparare la predica e per chi deve ascoltarla: bisogna superare la distanza culturale che si è creata, in questi venti secoli, tra il nostro tempo e il tempo di Gesù, tra la nostra terra, la nostra lingua, i nostri usi e le tradizioni e quelle della Palestina antica.

Ma fortunatamente alcune pagine pagine (molte, non poche) sono immediatamente chiare a tutti: perché nascono da piccole esperienze di vita quotidiana che tutti abbiamo sperimentato.

Prendiamo per esempio il sale: è una sostanza che di solito viene aggiunta in piccole quantità ai cibi, e una volta che si è sciolta diventa invisibile. Ma basta un assaggio, e si capisce immediatamente se la padrona di casa di è dimenticata di aggiungerlo all’acqua della pasta o all’arrosto… Dunque non ne occorre molto, non si vede quando c’è, ma si sente subito quando manca.

Anche gli altri esempi che Gesù fa sono estremamente chiari: la città costruita sulla cima del monte, la lucerna messa in alto, sono realtà messe bene in vista. Si devono vedere bene, perché altrimenti il viandante non potrebbe capire qual è la sua meta, o la casa resterebbe al buio.

Gesù usa queste immagini semplici ed efficaci per far capire ai suoi discepoli che cosa si aspetta da loro. E dice queste cose nel contesto del discorso della montagna, che stiamo leggendo da domenica scorsa. Vuol dire che l’essere sale, luce, punto di riferimento è qualcosa che appartiene al cuore stesso della fede.  Chi dice di essere cristiano si deve immediatamente riconoscere per il suo stile di vita, che vuol dire il modo con cui vive il suo rapporto con Dio e il suo rapporto con il prossimo.

Molti dicono: sono credente ma non praticante. Con questo intendono dire che non vanno in chiesa alla domenica  e nelle feste comandate. Ebbene, ribaltiamo la prospettiva. Non andare in chiesa alla domenica è ancora il minore dei mali, se essere “non praticanti” significa non impegnarsi costantemente nella lotta contro il peccato, contro i vizi, contro tutto quello che dispiace a Dio; e non aprire il proprio cuore alla carità, al perdono, non impegnarsi giorno per giorno per accogliere i poveri, per fare la pace con tutti, per ricostruire l’amore del prossimo che si è atrofizzato.

Il giudizio di Dio sul sale che perde il suo sapore è chiarissimo: non serve a nulla, si può solo buttar via. Temo che il nostro tempo abbia perso di vista l’aspetto più rigoroso del vangelo. Gesù non è un’immaginetta sorridente. È il buon pastore che va in cerca della pecora che si è persa, ma è anche il giudice giusto, che ci sottopone al giudizio del suo Vangelo, che è un giudizio severo perché va a toccare l’autenticità della nostra fede, la sostanza di cui è fatta la nostra vita. Possiamo ingannare chi ci sta intorno, magari anche il prete nel confessionale, o un’intera nazione. Possiamo ingannare anche noi stessi, e crederci dei buoni cristiani perché facciamo qualcosa dal vago sapore religioso. Ma non illudiamoci: Dio non lo potremo mai ingannare. Lui vede che cosa c’è davvero nel nostro cuore.

Liberiamoci dunque dalle nostre illusioni e dalle nostre facili certezze, e incamminiamoci dietro a Gesù, il nostro unico Maestro. Solo se ci lasceremo illuminare da lui, anche noi diventeremo la luce che illumina le tenebre di questa nostra società.

 

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