Omelia sul vangelo di oggi

Credo che non ci sia pagina più difficile di questa da ascoltare e capire, di questi giorni. Tutto intorno a noi grida: “beati i furbi!” “beati i violenti!” “beati quelli che fanno tanti soldi e hanno tanto potere, non importa come!”…

Come pastore e come cristiano, devo ricordare a tutti i miei fratelli e sorelle nella fede che non si può dichiararsi cattolici, e magari andare anche a far la comunione, e poi concedersi vizi e piaceri di ogni genere. Non è vero che basta confessarsi e tutto è perdonato. Se non c’è il pentimento e la ferma volontà di cambiare stile di vita, Dio non perdona un bel niente. E questo vale per tutti, perché davanti a Dio non c’è differenza di persona. La coerenza tra la fede dichiarata e la fede vissuta, concreta e quotidiana è assolutamente necessaria per essere trovati giusti dinanzi al giudizio di Dio. E questo è un tribunale dal quale non c’è scappatoia di nessun genere.

Sarebbe facile poi interpretare il vangelo come una specie di anestesia della mente: un contentino per chi si trova nel dolore, nella povertà, nell’ingiustizia, per chi è schiacciato e sopraffatto dalla violenza o dalla malattia. “Tenete duro, potrebbe sembrare che ci dica, che nell’aldilà andrà meglio!”. Il filosofo Karl Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli proprio perché leggeva nel cristianesimo uno strumento per il controllo delle masse oppresse con la prospettiva di un riscatto tutto ultraterreno. A onor del vero, una lettura del vangelo in chiave consolatoria ha avuto spazio nella predicazione e nella spiritualità, specialmente nel Sette e Ottocento.

Il vangelo delle Beatitudini, che apre il grande “Discorso della montagna”, ci dice una cosa diversa, ci rivela una cosa importantissima: da che parte sta Dio. Ed è chiarissimo: dalla parte dei poveri, dei semplici, dei perseguitati, di quelli che hanno fame di pane e di giustizia, di quelli che non hanno nessun padrino, nessuna raccomandazione, nessun privilegio. Dio non sta dalla parte di quelli che si impongono con la forza fisica o con il ricatto psicologico: “Se non fai come voglio io, non ti vorrò più bene…”. Dio non sta dalla parte dei furbi, dei prepotenti, di quelli che parlano con la lingua doppia e maneggiano sotterfugi per controllare e dominare… Dio non sta dalla parte di quelli che non riconoscono mai i propri limiti e i propri errori. Dio non sta dalla parte di quelli che non si piegano mai a chiedere scusa perché sono irrigiditi dall’orgoglio, e dimenticano che tutti siamo peccatori. Non andiamo a cercare lontano. Guardiamo qui, in casa nostra, e cominciamo a fare un vero esame di coscienza.

Ora che sappiamo da che parte sta Dio, dobbiamo chiederci: da che parte stiamo noi? Perché solo se stiamo dalla parte di Dio potremo sperimentare la gioia vera, la beatitudine di chi ha trovato il senso vero della propria vita. Dentro ognuno di noi c’è il desiderio di una vita buona, della serenità che scaturisce nel cuore di chi cerca il bene e lo fa ogni giorno. Forse è ora di cominciare a rompere le catene dell’orgoglio che ci imprigiona, e fare il primo passo in quel cammino faticoso e glorioso che è la carità. San Paolo dice che la carità è capace di sopportare tutto, di passare sopra al passato e alla sterile ricerca dei torti e delle ragioni, per andare oltre e costruire qualcosa di nuovo. La beatitudine, la gioia che ci offre il vangelo oggi è proprio questa: avere una nuova opportunità, una nuova speranza, iniziare un cammino nuovo. Beati noi se accoglieremo l’invito di Gesù e ricominceremo a camminare insieme con lui.

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