Cercando una pagina d’ispirazione a questo articolo sul gusto, mi è ritornata in mente quella, deliziosa non solo in senso letterario, di Luigi Santucci ne «Lo zio prete», in cui descrive con ricercatezza di termini e di sapori la sera del martedì grasso: «Le cucine del convento, quella sera ultima di carnevale, parevano un campo di battaglia. Si guerreggiava contro la Quaresima, ch’era ormai alle porte coi suoi digiuni; e i frati l’affrontavano con uno schieramento di milizie da disgradarne Goffredo di Buglione all’assedio di Gerusalemme. A oriente lampeggiavano le truppe snelle e sanguinarie degli antipasti […]. Più a settentrione, si accampavano, solida fanteria di tutte le battaglie, le minestre: montagne di canestrelli, di ravioli, di pappardelle, di cappelletti, fantaccini ignoti votati alla strage del primo più cieco appetito…» e via dicendo, nel crescendo di un’epica gastronomica inconsueta e divertente.

Perchè per parlare di gusto bisogna, per forza, parlare di cibi e di bevande, dal momento che la funzione di questo senso è proprio quella, primordiale, di far riconoscere gli alimenti buoni e utili da quelli cattivi: non è un caso se ciò che non è commestibile di solito è anche amaro o puzzolente, mentre “basta un poco di zucchero e la pillola va giù…”

D’altra parte il discorso sul gusto ci può portare molto lontano. Fino al tema della genuinità, per esempio, ovvero della capacità di riconoscere ciò che è davvero buono da ciò che è costruito artificialmente come buono (è qui la differenza tra cibi artigianali e cibi industriali), e quindi di educazione del gusto che è anche educazione all’alimentazione corretta. Ricordo un’inchiesta televisiva in cui si faceva notare che i bambini di una scuola, dovendo scegliere tra una marmellata “vera” di fragole e una a base di aromi artificiali, preferivano la seconda perché quello chimico era il “sapore di fragola” più “vero” che avevano imparato a riconoscere. E dunque, dove trovare, oggi, sapori genuini? Le merendine o i succhi di frutta in tetrapak che i ragazzini si portano a scuola (o in uscita) in che modo condizionano il loro gusto? Quanto li rendono inconsapevoli anelli di una catena di produzione-consumo alimentare che sappiamo bene essere strettamente legata addirittura agli squilibri dell’ecosistema planetario, non solo dell’economia mondiale?

Parlando di gusto e di cibo, si dovrebbe parlare anche di disturbi dell’alimentazione: perchè attraverso la distorsione (la soppressione?) del gusto si manifestano situazioni di disagio interiore che alterano la sensibilità ai sapori e quindi il delicato meccanismo della nutrizione.

Dall’educazione e dalla patologia del gusto al discorso sulla dieta il passo è breve: dieta intesa come corretto regime alimentare, al quale educare sin dalla prima età; dieta intesa come tentativo di modificare il proprio aspetto esteriore per renderlo più vicino ad un’immagine ideale di sé, in un rischioso percorso di modificazione del proprio corpo anche attraverso l’uso di sostanze nocive.

Il discorso sul gusto è legato strettamente anche alla civiltà, alla visione del mondo: condividere il cibo è un gesto fondamentale di fraternità, in cui offro agli altri ciò che è gustoso anche per me. I momenti forti della vita dell’uomo, un po’ in tutte le civiltà, sono marcati da questa condivisione di cose buone, di cibi e bevande, in cui si fondono l’esigenza del nutrirsi e il piacere del gustare. E all’opposto, rifiutare la condivisione degli alimenti esprime, più di altri gesti, la rottura dei rapporti tra le persone. Perchè il mangiare e bere insieme avviene spesso in un contesto ritualizzato, che ne sottolinea l’importanza sociale: e si potrebbe allora mettere di fronte il pasto consumato dai monaci comunitariamente in silenzio religioso, al panino del fast-food mangiato solitariamente in ambienti rumorosi e affollati. E quale stile abbiamo quando mangiamo insieme in attività? Che senso ha il pregare insieme prima di mangiare?

E ancora: si può parlare di un’educazione del gusto che riconosce anche il digiuno? L’astenersi dal cibo può essere pensato non come negazione del gusto ma come strumento di ascesi, cioè di maturazione spirituale che guida al pieno sviluppo del gusto.

In cima a tutto quanto, una constatazione: ciò che Gesù lascia alla sua Chiesa sono il pane e il vino, due alimenti nei quali solo il gusto della fede porta a riconoscere il sapore di Dio.

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