Il lago di Genezaret, o di Tiberiade, è un grande specchio d’acqua, incastonato in un paesaggio fatto di colline dolci e verdi, in quella terra piena di vita e di colore che è la Galilea. Noi siamo abituati a rappresentarci tutta la Palestina come un deserto, e invece c’è una grande varietà di luoghi e di climi. Solo la zona centrale è desertica.

La verde Galilea è la bella regione in cui Gesù, Maria, Giuseppe e gli Apostoli sono nati e vissuti, e dove si svolgono molti episodi del Vangelo: Cafarnao, Nazaret, Cana erano paesi, oggi cittadine che sorgevano e sorgono ancor oggi laggiù.

Chi ha visitato quei luoghi sa che le pagine del Vangelo, rilette là dove i fatti sono accaduti, assumono un suono diverso, più autentico, come se ci fosse qualcosa nell’aria che dà alle parole una sostanza più ricca.

Luca, l’evangelista, è poi uno scrittore finissimo, capace di descrivere situazioni, persone, eventi con maestria: riusciamo, seguendo il suo racconto, a vederle con gli occhi della nostra mente, le cose che lui ci descrive.

Immaginiamo: una regione tranquilla, quasi un po’ sonnacchiosa, all’improvviso viene risvegliata da un giovane predicatore che dice cose nuove e cose antiche, che ridà calore e gusto alla Legge di Mosè, che propone un modo nuovo e diverso di essere figli di Dio e fratelli degli uomini. Così la gente accorre, fa ressa attorno a lui per ascoltarlo e magari per vedere qualcuno dei prodigi che si dice lui sia capace di compiere. La prima immagine che Luca ci consegna è questo accorrere della folla a Gesù come a un punto di riferimento, a un uomo che dice le cose di Dio. È una scena forte, che mi colpisce e mi fa riflettere.

Anche noi oggi vediamo talvolta accadere qualcosa del genere: penso a certi uomini e donne che per i loro doni sono diventati, anche loro come Gesù, dei fari nella notte. Padre Pio, madre Teresa di Calcutta, ma anche tante persone meno note ma che hanno lasciato un segno nel loro tempo. Ognuno di essi aveva un carisma diverso (padre Pio il ministero della Confessione, come il nostro don Pizzocaro, madre Teresa la carità verso i poveri e gli ultimi dell’India, come don Enzo Boschetti verso gli sbandati e i tossicodipendenti, i poveri e gli ultimi della nostra terra).

Ma oggi si direbbe che sia finita la stagione degli uomini e delle donne grandi. Oggi siamo troppo rinchiusi in noi stessi, nel piccolo paradiso artificiale che ci siamo costruiti ognuno per conto proprio. Non ci interessa seguire Gesù: stiamo troppo bene nella nostra casetta. E non ci accorgiamo che il nostro piccolo paradiso è così ristretto, così povero e brullo, in realtà, che ben presto diventa un inferno in cui si scatena la forza del male annidate nel cuore. E i giornali e la televisione ci ripetono, in una specie di litania della follia, le storie di madri e padri che uccidono i figli, e di figli che uccidono gli amici per una sigaretta, di vite buttate via per l’ebbrezza folle di una notte in discoteca o per la brama di far tanti soldi presto e senza faticare.

Anche qui da noi: quante delle belle casette ordinate e linde di questo paese dentro sono in realtà dei piccoli inferni dove si consumano silenziosamente ogni giorno delle tragedie?

Le chiese intanto si svuotano. Ci vengono, per lo più, quelli coi capelli bianchi. Gli altri, i giovani, quelli per i quali abbiamo speso tanta fatica perché conoscessero una fede diversa da quella rigida e un po’ bacchettona della nostra infanzia, hanno allegramente rinunciato a conoscere Dio. Non gli interessa, non ha niente da dire loro.

Dove abbiamo sbagliato?

Forse ritornando alle pagine del vangelo troveremo una risposta.

Gesù chiama Pietro  e i suoi compagni di lavoro, gente normale, con le loro paure e insicurezze, con la loro stanchezza dopo una notte di lavoro, e li spinge al largo. Non chiede un favore: dà un ordine chiaro e forte. “Prendi il largo!”. E Pietro, sbalordito da quelle parole, che contraddicono tutta la sua esperienza di pescatore protesta, ma alla fine accetta di rischiare la faccia ed esce sul lago, getta le reti e le raccoglie piene di pesci.

La conseguenza è che Pietro, stravolto dall’incontro con Gesù, lascia tutto e lo segue. Da pescatore di pesci, diventa pescatore di uomini. Che cosa vuol dire questa espressione bella e strana? Quell’uomo piccino che viveva su un lago piccino e prendeva dei pesci piccini, all’improvviso si è visto spalancare davanti un mare grande come il mondo. I suoi orizzonti limitati si sono allargati sempre di più, e la chiamata a quest’opera nuova, pescare uomini per Dio, lo ha portato fino a cose e luoghi impensati.

Ascoltare la voce di Gesù, raccogliere la sua chiamata, diventare come Pietro pescatori di uomini significa questo: lasciare che Gesù infranga le nostre catene, distrugga il nostro piccolo inferno e ci doni un mondo intero per correre liberi; significa nuovi orizzonti, più grandi e incredibilmente più luminosi, un cuore nuovo e libero per vivere la vita, amare il mondo e i fratelli e per essere finalmente amici di noi stessi.

Forse la risposta è qui dentro: come disse il papa Giovanni Paolo II nella sua lettera per l’anno santo. “All’inizio del nuovo millennio riecheggiano nel nostro cuore le parole con cui un giorno Gesù, dopo aver parlato alle folle dalla barca di Simone, invitò l’apostolo a ‘prendere il largo’ per la pesca. Pietro e i primi compagni si fidarono della parola di Gesù e gettarono le reti. E avendolo fatto, presero una grande quantità di pesci. Prendi il largo. Questa parola risuona oggi per noi e ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente , ad aprirci con fiducia al futuro”. Il Signore ancora oggi chiama noi, uomini e donne, come un giorno chiamò Pietro e i suoi. Ci chiama: sapremo riconoscere la sua voce?

 

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