Nella “Vita”, scritta dal discepolo Sulpicio Severo, si racconta che san Martino venne a vivere a Pavia insieme alla famiglia a causa del trasferimento del padre, ufficiale dell’esercito romano. Mentre dimorava nella nostra città, all’età di dodici anni all’incirca, decise di lasciare la sua casa e “ad ecclesiam confugit”, si rifugiò nella chiesa. Gli storici non sono in grado di dire se quell’”ecclesia” di cui si parla fosse una vera e propria costruzione o la Chiesa, intesa come edificio spirituale. Ma quest’affermazione è in ogni caso significativa perchè ci permette di comprendere quanto sia antica la presenza della comunità cristiana in queste nostre terre. Attraverso i secoli, la Chiesa ha popolato la città prima e poi la campagna di numerosi edifici, alcuni grandiosi e ricchi, altri piccoli e umili, tutti però espressione della fede e della religiosità della gente che ha abitato ed è vissuta qui, generazione dopo generazione, fino ad oggi. Le strutture della comunità cristiana, le forme della sua presenza sono mutate lungo i secoli, ma è rimasto sempre forte il desiderio di costruire delle chiese che fossero luoghi per la celebrazione del culto divino, case per la preghiera, in passato anche luoghi per seppellire i morti, per dare rifugio ai senzatetto e ai pellegrini, per offrire asilo ai perseguitati. L’edificio materiale, insomma, trovava e trova la sua ragion d’essere nella comunità che lo costruisce per dedicarlo a Dio e renderlo un luogo dove la comunità stessa, riunendosi, professa la sua fede nel Signore Gesù che ha detto “dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

La chiesa del vescovo è stata probabilmente il primo luogo di culto ad essere costruito: era ed è il luogo dove si celebravano i riti della iniziazione cristiana, dove cioè chi aderiva alla fede cristiana rinasceva nei sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia, durante la grande Veglia pasquale; era la chiesa dove il vescovo abitualmente predicava la parola di Dio, e dove anche amministrava la giustizia; dove si ritrovavano i fedeli nei momenti difficili delle invasioni e delle guerre, e nei momenti di festa e di gioia per tutta la comunità. Il vescovo, maestro della fede, aveva qui la sua cattedra, la sua sede principale di insegnamento: per questo la chiesa del vescovo venne presto chiamata “cattedrale”, e mantenne inalterata nei secoli la sua preminenza rispetto a tutte le altre chiese della città e della diocesi.

La si chiamava (e ancor oggi è così) anche “duomo”: dalla parola latina “domus”, che significa “casa”. Casa di Dio, casa del vescovo, casa della Chiesa, casa del popolo di Dio. Il duomo è, per così dire, la casa di tutti.

Gli studiosi non sono concordi nell’individuare quale sia stata la prima sede della cattedrale di Pavia, se la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, o un’altra chiesa già in questa stessa area della città. Sappiamo però che dove ci troviamo noi ora sorgeva la chiesa di Santo Stefano, e che intorno al IX secolo vi furono solennemente trasportate le reliquie di san Siro, venerato come il fondatore e primo vescovo della Chiesa di Pavia. Nel XII-XIII secolo la chiesa di Santo Stefano e quella vicina di Santa Maria del Popolo, che nel frattempo le era stata costruita accanto, vennero riedificate secondo lo stile del tempo, e in forme grandiose: la cattedrale estiva, Santo Stefano, aveva cinque navate, quella invernale, Santa Maria, tre, ed entrambe erano riccamente decorate da bellissimi bassorilievi in pietra, che sono in parte ancora visibili presso i Musei Civici. Accanto alle due cattedrali, simbolo della civiltà e della cultura di Pavia, fu costruita la Torre Civica, simbolo della potenza economica e militare della città. Nella piazza antistante, chiamata “Atrio di San Siro”, si svolgeva il mercato, uno dei più ricchi dell’Italia settentrionale. Pavia era allora al crocevia delle strade che dall’Europa portavano per via di terra verso Roma, e per via fluviale, lungo il Ticino e il Po, a Venezia e da qui verso Bisanzio, l’Oriente e la Terra Santa. Forse fu proprio su questa piazza che Dante Alighieri sentì parlare il nostro dialetto e ne trascrisse alcuni esempi nel suo “De vulgari eloquentia”.

Il 29 giugno 1488, rispondendo al desiderio dei cittadini pavesi di avere una cattedrale più moderna e ancor più maestosa, il cardinale Ascanio Sforza pose la prima pietra di un nuovo edificio, che egli voleva fosse completato in un tempo ragionevolmente breve. Come ben sappiamo non fu così. Ma il prolungarsi della “fabbrica” rese il duomo qualcosa di desiderato, di amato. Il duomo divenne sempre più un’impresa della città, una realtà riconosciuta da tutti come un bene comune da sostenere e difendere. Qui furono portate nel 1499, in previsione dell’assedio dei Francesi, le reliquie fino a quel momento custodite nella cappella del castello visconteo, tra cui la più importante era quella delle Sante Spine, che da allora cessarono di essere il tesoro privato dei duchi per diventare patrimonio religioso di tutta la città. Nelle calamità i pavesi qui accorrevano per invocare l’aiuto divino; nelle feste qui convenivano per celebrare i momenti più importanti della vita della città e del territorio. Qui accolsero i vescovi  mandati a governare la diocesi, tra i quali è bello ricordare le due figure più grandi: sant’Alessandro Sauli e il venerabile Angelo Ramazzotti, il vescovo fondatore dell’Istituto per le Missioni Estere poi inviato come patriarca a Venezia, per il quale è in corso la causa di beatificazione

Noi oggi, e da molti anni, possiamo utilizzare solo una parte della grande aula del nostro duomo. Questa parete ci separa non soltanto da un cantiere, pur indispensabile per la salvezza e il recupero del monumento in pericolo. Ci separa dalla piena coscienza del nostro essere chiesa, raccolta dallo Spirito santo intorno al vescovo, successore degli apostoli e immagine vivente di Gesù buon pastore. Ci separa dal nostro riconoscerci comunità di persone che condividono un cammino, una storia che è religiosa e insieme civile. Ci separa, infine, dalla visione del nostro destino, orientato verso la Gerusalemme del cielo, di cui l’edificio materiale, con la sua armonia e la sua bellezza, vuole suggerirci l’idea e instillarci il desiderio.

 

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