Pensare il Natale

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Paolo VI, Omelia alla Messa dell’aurora, Natale 1971, parrocchia di Santa Maria Regina Mundi a Torre Spaccata, Roma.

 

[…] Sono venuto, vi confiderò una cosa, anche per consolare me stesso, cioè per fare un Natale bello; voglio dire che anche il Papa deve fare un buon Natale e il mio Natale più bello è quando posso essere insieme a quelli che il Signore mi ha dato per fratelli e per figli. Essere insieme nella mia famiglia spirituale: voi siete una parte di questa famiglia, avete una bella chiesa nuova. Non è ancora del tutta finita ma indica già, anche qui, uno sforzo per fare le cose nuove, proporzionate ai bisogni e tutto questo per me è una grande, una grande consolazione.

Voi forse immaginate che il Papa sia l’uomo più felice di questa terra? Non è vero: beh, «felice come un Papa» si dice. Se sapeste! Perché? Ma perché tutti i dolori di questo mondo, tutte le necessità, le guerre, le controversie fra gli uomini, e soprattutto il vedere tanti che sono lontani dal Signore, che tanti lo combattono, lo negano, lo offendono, e tutto questo viene a finire nel nostro cuore.

E allora trovare una comunità come la vostra: migliaia di fedeli, di gente buona, di gente che spera e crede nel Signore, per me è una grandissima gioia, è una grandissima consolazione e perciò non siete voi che dovete ringraziare me di questa visita, ma sono io che debbo ringraziare voi per avermi accolto questa mattina per augurare a tutti proprio con il cuore aperto l’augurio di buon Natale … di buon Natale.

È qui che si incentra la ragione precisa per la quale io sono venuto fra voi: per celebrare il Natale. Io vorrei avere qui alcuni ragazzi del catechismo per sentire da loro se sanno che cosa è il Natale. Beh, sì che lo sanno: c’è qui un bel presepio, sanno subito che Natale è la festa che commemora la nascita di Gesù, e fino a qui ci arriviamo tutti, anche i bambini del catechismo, i più piccoli possono dire: «Oggi è Natale, è venuto Gesù Bambino».

Ma se io vado avanti con le domande: «Ma chi era Gesù Bambino?», «Gesù bambino è il figliolo della Madonna, è il figlio di Maria». Ed è tutto? Ecco, la grande cosa che dobbiamo avere presente nell’anima, facciamo uno sforzo, un po’, non dico per capire, ma almeno per farvi attenzione: Gesù, quel Gesù che vediamo nel presepio, quel bambino che vagisce lì, che non ha nessuna forza, nessuna espressione di sé, proprio perché è un bambino appena nato: quel Gesù è Figlio di Dio!

Da dove viene? Ma viene dal cielo, dove, lo diremo adesso, fra poco cantando il Credo: descendit de caelis, «è disceso dal cielo», ha questa prerogativa, questa singolarità unica, misteriosa e immensa, che racchiude in sé due figliolanze: è Figlio di Maria e quindi è fratello nostro, è uomo, ed è figlio di Dio, è figlio di Dio! Viene dal cielo, in lui vive la divinità.

Colui che ha creato il cielo e la terra, colui che è sempre stato e sempre sarà, colui che è la ragione, il principio dell’essere di tutte le cose, della nostra vita, della nostra esistenza, colui che conosce tutto, che vede nei nostri pensieri, colui che è presente a noi più che noi stessi, quello che si chiama Figlio di Dio, è venuto a farsi insieme figlio dell’uomo e allora la meraviglia deve essere la caratteristica di questa festività: siamo meravigliati, siamo ammirati, siamo sorpresi, siamo incantati per questo fatto che Dio si è fatto uomo, e che è in mezzo a noi.

Tenetelo bene a mente, perché questo è quello che io vi volevo dire venendo fra voi.

Il Natale è la visita fatta, non dal Papa che viene in mezzo a noi, non è che un simbolo questo, non è che un segno. È la visita, è la venuta di Cristo tra noi e Cristo è il Figlio di Dio fatto uomo. È la discesa di Dio in mezzo a noi. Come è lontano Iddio, cioè come è misterioso, come è inaccessibile, come è incomprensibile. Tanta gente non ci crede, perché? Ma perché non lo vede con gli occhi, perché non lo sente, perché non capisce, perché comprende una cosa: che se c’è Dio, Dio è un mistero senza confini e viene da questo mistero senza confini, da questo Dio nella profondità del tempo e dello spazio.

Avete mai guardato il cielo? Avete mai pensato ai secoli che sono passati? Tutti gli esperimenti recenti di questi astronauti che vanno alla Luna ci hanno almeno abituati a guardare un po’ di più la volta stellata che sta sopra di noi. E pensare a queste distanze immense, a questi secoli senza numero, che segnano l’età dell’universo e quindi il Dio di questo universo. Ebbene il Dio di queste profondità, il Dio infinito, il Dio che sta nei cieli. «Padre nostro che sei nei cieli», che sei in questo tuo … in questo immenso, immenso mistero; questo Dio che è inafferrabile ai nostri occhi, e così poco pensabile anche ai nostri cervelli, questo Dio vero.

Lui è venuto in mezzo a noi e per farsi conoscere, per farsi direi afferrare da noi si è fatto nostro fratello, si è fatto uno di noi, si è rivestito di carne umana, si è fatto uomo, per venire proprio a essere nostro amico, nostro collega, nostro compagno. Per darci confidenza!

Dio avrebbe potuto venire vestito di gloria, di splendore, di luce, di potenza, a farci paura, a farci sbarrare gli occhi dalla meraviglia. No, no! È venuto come il più piccolo degli esseri, il più fragile, il più debole. Perché questo? Ma perché nessuno avesse vergogna ad avvicinarlo, perché nessuno avesse timore, perché tutti lo potessero proprio avere vicino, andargli vicino, non avere più nessuna distanza fra noi e lui.

C’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da lui pensato, da lui amato… da lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo.

Che cosa è il Cristianesimo? Che cos’è questa nostra religione che ci fa costruire queste case, che ci organizza in parrocchie, che ci fa una famiglia sola, che ci fa diventare Chiesa sua? Che cosa è? È l’amore di Dio per noi. La capite questa parola: Dio ci ama, dilexit nos, ci ha voluto bene ancora prima che nascessimo; ha riconosciuto le nostre cose, e ha avuto un occhio, ha avuto un raggio di bontà e si è fermato sopra ciascuno di noi.

Mi dite chi di voi può dire: «Io non sono amato da Dio». Un malato? Ma se il Signore è venuto per quelli che soffrono. Un bambino? Ma se si è fatto bambino. Una povera donna di famiglia? Ma se è venuto anche lui per vivere in questa nostra famiglia umana. Un povero? Ma se ha voluto essere anche lui un povero. Un operaio? Ma se è voluto essere lui un povero falegname in un piccolissimo paese, Nazareth, dove ha passato trent’anni della sua vita, la maggior parte, per essere nostro compagno, per condividere con noi questa fatica della esistenza umana.

Gesù ha voluto venire tra di noi — Dio fatto uomo — perché comprendessimo il suo linguaggio, la sua parola divina, ma pronunciata non nel linguaggio misterioso con cui parla agli angeli e con cui parla nel silenzio degli spazi e dei secoli. Ha voluto assumere le nostra labbra per farsi capire e diventare… Come lo chiamiamo Gesù di solito? Maestro! È venuto per parlarci, per effondere la sua scienza, la sua sapienza. E come? Chissà che parole difficili che ha detto.

Ma no! Sono parole fatte apposta per i nostri poveri cervelli, per la nostra povera intelligenza, ma sono sempre parole divine, immense, che scoppiano quando noi le riceviamo nella nostra anima, tanto sono grandi e ha detto il suo grande messaggio che è come un programma di tutto il Vangelo: «Beati voi poveri, perché di voi è il mio regno, beati voi che piangete e soffrite perché io sono venuto a consolarvi, beati voi che amate e soffrite per la giustizia, perché io vi sfamerò, vi darò questa giustizia, e beati voi puri di cuore perché voi vedrete Dio, avrete la simpatia e l’intuizione di che cosa sono le cose divine».

Questo è il linguaggio che ha usato il Signore e si è fatto quindi maestro, senza sedere sulla cattedra, ma in mezzo al popolo, seduto per terra, passeggiando con i suoi discepoli.

E poi? Tutto qui? Guardate: è venuto Gesù, è venuto per dare la sua vita per noi. Non capiremo mai abbastanza Nostro Signore Gesù Cristo, se non comprenderemo questa sua intenzione, questo destino che segna davvero il perimetro della sua vita. Gesù è venuto per morire, ecco, è venuto per salvarci.

Se uno di voi fosse stato salvato da un incidente che, ahimè, succede spesso sulla strada, avreste gratitudine per quel coraggioso che si è esposto al pericolo per salvare voi?

Avete sentito la storia di quello che abbiamo beatificato qualche settimana fa, padre Kolbe? Forse sì. Però fatevela raccontare lo stesso, perché è tanto bella: un religioso francescano polacco, molto bravo, che ha fatto tanto bene parlare di sé per le opere grandi, riguardo la stampa specialmente, viene preso dai tedeschi e messo in un campo di concentramento.

Un prigioniero fugge, non si trova dove sia questo, e allora — come era metodo di questa inumana gente — il sistema prevede: «Noi ne uccideremo dieci, per vendicarci di questo che è scappato». Ne hanno trovati nove. Il decimo era un padre di famiglia, che io ho veduto, sapete. Quando ho fatto la beatificazione in San Pietro lui c’era. «Sono stato io salvato da Massimiliano Kolbe».

Perché? Perché questo prigioniero è uscito dalle file e si è presentato all’ufficiale e gli ha detto: «Questo è un povero padre di famiglia, lo lasci andare, prenda me», e hanno preso lui. Ed è morto per salvare questo polacco: è un gesto eroico, gratuito, spontaneo, senza nessuna gloria, senza nessuna ricompensa. Ebbene è morto per salvare questo padre di famiglia e Gesù è morto per salvare ciascuno di noi: Diléxit nos, et trádidit semetípsum pro nobis. Ha dato se stesso per noi.

Io vorrei che vi restasse nel cuore, per ricordo di questo Natale, proprio questo pensiero. Se siamo stati amati da Cristo, da Dio in Cristo che dobbiamo fare? Rispondete voi. È una cosa che sembra semplice, ma comprende tutta la nostra vita: dobbiamo dare anche noi. Se è così ricco per noi, se è così buono con noi, se è stato così generoso con noi, se ha dato la sua vita per noi, allora gli vorrò bene, mi guarderò anch’io di volergli bene, mi sentirò cristiano, cioè legato dalla gratitudine, da riconoscenza, da amore a questo Gesù che ha dato la sua vita per me.

Ed è tutto. Quelli che rispondono a questo amore sono cristiani.

E avviene un secondo fatto. Se davvero siamo stati tutti amati in Gesù Cristo eccoci qua! Ci troviamo insieme, si produce una comunità, si produce una comunità, si produce una simultaneità, si produce un corpus, si produce una società: come si chiama? Si chiama Chiesa. Siamo noi la Chiesa. Noi che siamo i salvati di Cristo.

Quindi due conseguenze da tutta questa meditazione.

Primo: bisogna che davvero comprendiamo meglio, non essere distratti. Non siamo gente che dimentica e non siamo degli ingrati, perché la cosa più grave, più generale della nostra povera umanità è questa, di non avere la gratitudine, quanta dovrebbe avere per Dio che così ci ha amati. E amare Gesù vuol dire pregarlo, vuol dire venire in chiesa, vuol dire davvero essere religiosi, per via di amore.

Tanti vedono nella religione una cosa che opprime, una cosa difficile, una cosa incomprensibile, una cosa noiosa: no! La religione, l’essere a contatto con Cristo e con Dio è una cosa che ci riempie di felicità, di gioia. Perché? Perché è l’amore.

Il primo, il grande comandamento che il Signore ci ha lasciato è questo: ama, ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le tue forze. Anzi ha detto una parola che sembra, a me fa sempre tanta impressione e che anche a voi certo la farà: se ci pensate: «Amatevi». Come? Quel come che fa cascare le braccia: «Come io vi ho amato». Ma come è possibile amare come il Signore ci ha amato?

Dov’è il nostro piccolo cuore, lui che ha il cuore che comprende tutto il mondo, lui che ci ha dato questo saggio di generosità, che è infinita, questa donazione eroica di sé. Ma posso io amare in questa misura?

La misura no, ma l’esempio sì: come Signore tu hai amato me, io cercherò di amare te, la mia vita sarà tesa in questo desiderio di rispondenza, in questo desiderio di dialogo, di incontro, di amore con te. Voi sapete che cosa è l’amore, questo sentimento fondamentale della nostra vita verso Cristo e verso Dio. Siete cristiani che sarete salvati.

E in secondo luogo su questo «amate ancora come io ho amato», Gesù ha amato tutti gli uomini, Gesù non ha detto di no a nessuno. Gesù non ha avuto odio nemmeno per colui che lo ha tradito, Giuda. Ha udito parole amare di condanna e quando Giuda col bacio, con la profanazione, con la ipocrisia più fiera e più crudele, lo ha tradito, Gesù che cosa ha detto? «Amico, amico, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo», cioè Lui. Vedete chi è Gesù: lo conoscete adesso questo cuore di Cristo? Ebbene noi dovremmo imitare il cuore del Signore, cioè essere capaci anche noi di amare tutti.

Vorrei fare delle domande e poi finisco. Per celebrate il Natale: avete fatto qualche opera buona? Avete perdonato a qualcheduno? Avete pregato per qualcheduno che ne ha bisogno? Avete detto una buona parola per consolare qualcuno? Avete dato un po’ di gioia a qualche bambino, a qualche parente o a qualche persona? Avete cercato di effondere e di trovare in fondo al vostro cuore un po’ di calore, un po’ di dolcezza da dare intorno a voi? Avete fatto un atto di amore per questa vostra comunità, questa nostra società spirituale, che è la parrocchia? Beh, fatelo con me adesso! Noi celebreremo la Messa proprio per questa parrocchia, perché diventi davvero una famiglia in Cristo, perché l’amore di Cristo regni, trionfi nella vostra comunità parrocchiale.

L’amore deve essere il sole che illumina la nostra vita, il sole che scende e che dirige il nostro amore dal senso verticale al senso orizzontale: amiamo Dio e amiamo il prossimo.

Se abbiamo capito questa chiave, questa sintesi del Cristianesimo, allora possiamo andare vicino al presepio, chiudere gli occhi e pensare a questo bambino che è venuto per essere il nostro Salvatore.

 

Fonte: http://ilsismografo.blogspot.it/2014/12/vaticano-i-natali-di-montini.html

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Umanità

La fede cristiana, se è autentica, esalta, non reprime, quanto c’è di bello, di grande, di nobile nell’uomo, perché lo ricollega alla sua sorgente più pura, quel Dio che ha scelto di farsi, lui stesso, uomo.

Maria, la donna senza peccato

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Con il dogma dell’Immacolata Concezione la Chiesa cattolica afferma che Maria, per singolare privilegio di Dio e in vista dei meriti della morte di Cristo, è stata preservata dal contrarre la macchia del peccato originale ed è venuta all’esistenza già tutta santa. Quattro anni dopo essere stata definita dal papa Pio IX, questa verità fu confermata dalla Madonna stessa a Lourdes in una delle apparizioni a Bernardetta con le parole: “Io sono l’Immacolata Concezione.

La festa dell’Immacolata ricorda all’umanità che c’è un sola cosa che inquina veramente l’uomo ed è il peccato. Un messaggio quanto mai urgente da riproporre. Il mondo ha perso il senso del peccato. Ci scherza come se fosse la cosa più innocente del mondo. Condisce con l’idea di peccato i suoi prodotti e i suoi spettacoli per renderli più attraenti. Parla del peccato, anche dei peccati più gravi, al vezzeggiativo: peccatucci, vizietti, passioncelle. L’espressione “peccato originale” viene usata nel linguaggio pubblicitario per indicare qualcosa di ben diverso dalla Bibbia: un peccato che conferisce un tocco di originalità a chi lo commette!

Il mondo ha paura di tutto, fuorché del peccato. Ha paura dell’inquinamento atmosferico, dei “mali oscuri” del corpo, della guerra atomica, oggi del terrorismo; ma non ha paura della guerra a Dio che è l’Eterno, l’Onnipotente, l’Amore, mentre Gesù dice di non temere coloro che uccidono il corpo, ma di temere solo colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna (cf Lc 12, 4-5).

Questa situazione “ambientale” esercita un influsso tremendo anche sui credenti che pure vogliono vivere secondo il Vangelo. Produce in essi un addormentamento delle coscienze, una specie di anestesia spirituale. Esiste una narcosi da peccato. Il popolo cristiano non riconosce più il suo vero nemico, il padrone che lo tiene schiavo, solo perché si tratta di una schiavitù dorata. Molti che parlano di peccato, hanno di esso un’idea del tutto inadeguata. Il peccato viene spersonalizzato e proiettato unicamente sulle strutture; si finisce con identificare il peccato con la posizione dei propri avversari politici o ideologici. Un’inchiesta su che cosa pensa la gente che sia il peccato darebbe dei risultati che probabilmente ci spaventerebbero.

Anziché nel liberarsi dal peccato, tutto l’impegno è concentrato oggi nel liberarsi dal rimorso del peccato; anziché lottare contro il peccato, si lotta contro l’idea di peccato, sostituendola con quella assai diversa del “senso di colpa”. Si fa quello che in ogni altro ambito è ritenuta la cosa peggiore di tutte e cioè negare il problema anziché risolverlo, ricacciare e seppellire il male nell’inconscio anziché rimuoverlo. Come chi crede di eliminare la morte, eliminando il pensiero della morte, o come chi si preoccupa di stroncare la febbre, senza curarsi della malattia, di cui essa è solo un provvidenziale sintomo rivelatore. San Giovanni diceva che se affermiamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e facciamo di Dio un bugiardo (cf 1 Gv 1, 8-10); Dio, infatti, dice il contrario, dice che abbiamo peccato. La Scrittura dice che Cristo “è morto per i nostri peccati” (cf 1 Cor 15, 3). Togli il peccato e hai vanificato la stessa redenzione di Cristo, hai distrutto il significato della sua morte. Cristo avrebbe lottato contro dei semplici mulini a vento; avrebbe versato il suo sangue per niente.

Ma il dogma dell’Immacolata ci dice anche qualcosa di sommamente positivo: che Dio è più forte del peccato e che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia (cf. Rom 5,20). Maria è il segno e la garanzia di questo. La Chiesa intera, dietro di lei, è chiamata a divenire “tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5, 27). Un testo del concilio Vaticano II dice: “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (LG, 65).

Vincenzo Paglia

Se il cristianesimo è solo un fattore culturale

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Riprendo dal blog Campari & de Maistre questo post di Francesco Filipazzi: mi pare richiami alcuni aspetti molto interessanti sulla recentissima polemica seguita alla decisione dell’ormai famoso “preside di Rozzano”. In realtà, ogni anno si ripresentano episodi analoghi, ma per lo più passano sotto silenzio…
Il mio pensiero? “Integrazione” viene da “integro“, “ciò che non è stato toccato, e quindi a cui non manca nulla, a cui non è stato sottratto nulla”. “Integrare” allora vuol dire “aggiungere”, non “togliere”: se le nostre scuole ormai sono multietniche, celebriamo le feste di tutti, non nessuna festa! Festeggiamo il Natale dei cattolici, e poi quello degli ortodossi,  e poi le feste degli ebrei, quelle dei musulmani, quelle dei sikh… La forza di una “cultura” si vede dal confronto con le altre, non dalla sua cancellazione.
In questi giorni, dopo la levata di scudi contro il preside di Rozzano che voleva cancellare il Natale dal calendario, abbiamo sentito per l’ennesima volta molte prese di posizione che recitavano più o meno così: “il Natale è parte della nostra cultura e quindi non è accettabile che qualcuno lo voglia cancellare”. Questaargomentazione è alla bisogna valida, ma è estremamente riduttiva e alla lunga può suonare un po’ come le argomentazioni di Slow Food riguardo la carne di cane in Cina. “Mangiare carne di cane è un fattore culturale” disse uno dei principali esponenti dell’azienda, che poi chiese alla platea attonita: “Togliamo la corrida e il Palio di Siena? Possiamo togliere tutto?”.
Il problema è dunque recuperare un’immagine del Cristianesimo e delle feste religiose ben diversa da quella che si vuole proporre. Il “natale corrida”, in un periodo in cui tornano alla ribalta i modelli forti, non è più sufficiente.
Dobbiamo chiederci se siamo cristiani perché la nostra Italia è piena di belle chiese, Manzoni e Dante erano cristiani, i valori cristiani hanno fondato il mondo oppure, al contrario, siamo cristiani perché pur non avendo visto abbiamo creduto? Festeggiamo il Natale solo per i valori materiali che ha prodotto il cristianesimo, oppure lo festeggiamo perché è nato Gesù?
Sembra quasi che sia l’uomo a dare valore a Dio e non viceversa. Una superbia incosciente, sintomo di una mentalità antropocentrica, fin troppo moderna e foriera di tanti errori.
Questo ragionamento, che sembra banale, è in realtà critico per capire la genuinità delle posizioni di coloro che in questi giorni, in modo anche poco composto, se la prendono con l’incauto preside di Rozzano. Il motivo è culturale o spirituale? Il timore è che la questione purtroppo non c’entri molto con la religione, parola che in effetti non viene pronunciata molto, prova ne è che tutti si indignano, ma la sera del 24 le chiese probabilmente non traboccheranno di fedeli. Chi ha chiesto e ottenuto le dimissioni del preside ma non santificherà la festa recandosi a Messa, si dimostrerà solamente un ipocrita ben peggiore del preside stesso.
Eppure, mentre qui si blatera di questioni culturali, in giro per il mondo c’è chi per andare a Messa rischia la vita, persone che Manzoni e Dante non sanno neanche chi siano, visto che non fanno parte della loro cultura. Asiatici e africani non hanno visto la magnificenza delle nostre chiese, ma sono portatori di una Fede ben più viva e sincera della nostra, che li porta a morire per Cristo. Mentre noi che pur vediamo, leggiamo e ascoltiamo materialmente quanto è stato grande il Cristianesimo, prima di farci martirizzare ci penseremmo due volte.
La grandezza del Cristianesimo sta proprio nel non essere un fattore culturale, ma spirituale. Non è locale ma è universale. La Chiesa è una famiglia che accoglie tutti, a prescindere dal loro portato culturale e anzi riesce a far convivere fra loro persone che provengono da contesti diversissimi. Se il Natale fosse questione di natura culturale, in definitiva, non sarebbe cristiano. “L’eterno oggi di Dio è disceso nell’oggi effimero del mondo – spiegava Benedetto nella sua prima omelia natalizia, nel 2005 – e trascina il nostro oggi passeggero nell’oggi perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite. Questo è Natale: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli è così. In questo modo impariamo a conoscerlo. E su ogni bambino rifulge qualcosa del raggio di quell’oggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo amare ed alla quale dobbiamo sottometterci – su ogni bambino, anche su quello non ancora nato”.
Altro che fattore culturale, insomma.

“Zucchero filato pastorale…”

Riprendo da “Settimo Cielo”, il blog del vaticanista dell’ “Espresso” Sandro Magister, questo articolo che mi sembra di grande interesse.

La nota che segue è uscita in tedesco su un settimanale svizzero e sull’agenzia on line austriaca Katolische Nachrichten:

> Schöne neue Kirche: Pastorale Zuckerwatte statt Klartext
Ed è qui offerta anche al pubblico italiano. L’autore, Giuseppe Gracia, è il portavoce per i media del vescovo di Coira, Vitus Huonder, ma qui scrive a titolo personale. […]

ZUCCHERO FILATO PASTORALE ANZICHÉ CHIAREZZA

di Giuseppe Gracia

Una volta, i documenti ecclesiastici erano piuttosto bellicosi. Facevano da duro contrappunto ai falsi profeti che accarezzano le orecchie e cullano l’anima mentre questa sprofonda ignara nell’abisso. Di fronte ai ricorrenti pericoli del mondo, la Chiesa amava parlare chiaro, senza quella lirica sentimentale che sembra fatta per la scolaresca d’una classe speciale. Ma ora questo è cambiato. Adesso la Chiesa vuole prendere in più seria considerazione le realtà correnti della vita. E vuole usare un nuovo linguaggio che non giudichi né escluda nessuno.

È lo stesso documento del sinodo dei vescovi che ce ne dà la dimostrazione pratica. Ad esempio, l’esortazione a convertirsi e a non più peccare passa in secondo piano. Invece si parla piuttosto di “crescita”, la nostra crescita. Si parla di “maturazione”, la nostra maturazione. La Chiesa preferisce “accompagnarci” in questo processo di maturazione, piuttosto che rimproverarci. Vuole aiutarci gentilmente a “discernere”.

Questo modo di esprimersi gode di un‘ottima reputazione nel clima dominante nella Chiesa. Paradiso e inferno? Meglio parlare di “immagini di riconciliazione e di timore”. Il bene e il male? Il peccato oggettivo? No, meglio parlare di una “realizzazione graduale” dell‘ideale. Si tratta di un linguaggio politicamente corretto che non deve spaventare inutilmente gli agnelli. Ma davvero la Chiesa ci prende sul serio, quando ricorre a questo tipo di svolta linguistica? Ci considera uomini moderni e illuminati?

Per Immanuel Kant l’Illuminismo significava “la fuoruscita dell’uomo dall’immaturità che lui stesso si era imposta”. E oggi, tanti si considerano maturi e illuminati. Ma questa realtà psicologica ha già raggiunto la Chiesa? Probabilmente no, se si preferiscono espressioni come “crescita” e “maturazione”. Poiché se uno è in fase di crescita non è ancora un adulto. E solo l’immaturità ha bisogno di maturazione.

Naturalmente noi tutti dobbiamo in qualche modo crescere e maturare. Ma allora ciò si applica anche agli uomini della gerarchia ecclesiastica. Solo che questi non sembrano considerare loro stessi a pari livello con noi, poiché essi già sanno, appunto, in che direzione noi ancora dobbiamo maturare. In sostanza, la Chiesa ci dice con il suo nuovo linguaggio: “Noi vi aiutiamo a diventare adulti e maturi. Così adulti e maturi come già siamo noi, i vostri pastori”.

Ma si può realmente parlare così, se si ha veramente capito la postmodernità e se si è in cerca di nuove vie per un annuncio del Vangelo che sia adeguato al nostro tempo? La Chiesa vuole più apertura al mondo e più vicinanza alle realtà della vita. Ma questo zucchero filato pastorale che la Chiesa ora ci offre non può nascondere il fatto che essa non prende sul serio l’uomo contemporaneo.

Accade piuttosto che essa gli parli con condiscendenza “dall’alto”. Forse questo è inevitabile, quando si annuncia una verità divina che è più grande dell’essere umano e quindi viene sempre “dall‘alto”. Ma allora, la Chiesa dovrebbe dirlo apertamente, invece che giocare – o fingere di giocare – a chi sa tutto. Chi vuol essere preso sul serio non raggiunge questo obiettivo se agisce come il pedagogo di una classe speciale, ma solo se lui stesso prende sul serio gli altri. Deve capire l’autocoscienza e l’autocomprensione degli illuministi contemporanei.

Gli illuministi di oggi non si sentono particolarmente colpevoli. Non sono alla disperata ricerca di una forma di misericordia che la Chiesa gli avrebbe rifiutato così a lungo Se non vuole semplicemente essere lasciato in pace, l`individuo moderno si aspetta da parte della Chiesa nient’altro che una specie un’approvazione morale per il suo stile di vita e per le norme considerate buone dalla cultura predominante.

La maggior parte delle persone che io conosco si considerano critiche della religione, abbastanza ben informate e piuttosto indipendenti, certo non scolari immaturi col bisogno di crescere. La soffice terapia universale e la non giudicante “educazione speciale” non sono affatto segni di una crescita della conoscenza della realtà, che la Chiesa avrebbe oggi finalmente raggiunto Non sono segni di un’apertura, ma piuttosto di infantilismo. Sembra che ci vogliano prendere per mano come dei bambini, affinché possiamo crescere e maturare. Puro paternalismo.

La vecchia condotta della Chiesa era a questo riguardo più onesta. Con le sue parole chiare, ci prendeva sul serio. Nell’Antico Testamento, nel libro del Deuteronomio, leggiamo nel capitolo 30, 19: “Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza”.

Questo non è paternalismo. Siamo invece presi sul serio, posti davanti a una chiara alternativa: benedizione o maledizione, vita o morte. Siamo trattati come persone responsabili, siamo messi davanti a una scelta. Ci è attribuito il grado di maturità necessario per poter discernere tra il bene ed il male, come Gesù nel Vangelo di Matteo 5, 37 che proclama: ” Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno.”

Quando un sinodo a Roma, con più di 270 vescovi e cardinali e dopo settimane di lavoro intenso, sull’arco di due anni, ci presenta alla fine il suo documento di consenso, è comprensibile che non può approfondire la comprensione di tutte le questioni e presentarle in una forma particolarmente chiara.

Ma dopo aver distribuito su larga scala e in tutto il mondo due sondaggi riguardanti il matrimonio e la famiglia, con l’aiuto dei quali si voleva ascoltare l’opinione del popolo di Dio, è davvero deludente che lo scopo principale del sinodo sia stato mancato.

Si voleva capire meglio la realtà della vita, nella quale tante famiglie vivono oggi, nella quale amano, lavorano e lottano. Si voleva capire meglio la modernità, per poter meglio rispondere a tali realtà. Invece, duecento anni dopo Kant, siamo ricaduti a prima dell’autocoscienza e dell’autocomprensione dell’Illuminismo, per essere rimessi invece sotto tutela paternalistica, in un modo che Gesù mai ha accettato. Che peccato!

La Famiglia Besostri (80° compleanno del papà e dello zio, e nozze d’oro dello zio e della zia)

La Famiglia Besostri

Potrà sembrare la foto di una qualsiasi riunione di famiglia, ma in realtà credo che sia da almeno tre anni che non ci riunivamo tutti per una qualche occasione lieta. L’ultima volta mi pare sia stata la Cresima di Lucrezia, e c’era ancora la nonna Rosanna, mia mamma (era in piedi, già provata dalla malattia ma ancora ben presente e lucida).

Ogni famiglia ha le sue difficoltà, le sue ferite, le sue speranze, le sue risorse nascoste. Ritrovarsi dà forza, illumina il cammino. Ci fa sentire le radici comuni, ci aiuta a comprendere le diversità e a viverle come ricchezze, non come ostacoli.