La Famiglia Besostri (80° compleanno del papà e dello zio, e nozze d’oro dello zio e della zia)

La Famiglia Besostri

Potrà sembrare la foto di una qualsiasi riunione di famiglia, ma in realtà credo che sia da almeno tre anni che non ci riunivamo tutti per una qualche occasione lieta. L’ultima volta mi pare sia stata la Cresima di Lucrezia, e c’era ancora la nonna Rosanna, mia mamma (era in piedi, già provata dalla malattia ma ancora ben presente e lucida).

Ogni famiglia ha le sue difficoltà, le sue ferite, le sue speranze, le sue risorse nascoste. Ritrovarsi dà forza, illumina il cammino. Ci fa sentire le radici comuni, ci aiuta a comprendere le diversità e a viverle come ricchezze, non come ostacoli.

I giorni perduti

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.
Si avvicinò all’uomo e gli chiese:
– Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?
Quello lo guardò e sorrise:
– Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.
– Che giorni?
– I giorni tuoi.
– I miei giorni?
– I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno. C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella la sua fidanzata che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava.
Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.
Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk il fedele mastino che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava diritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
– Signore! – gridò Kazirra. – Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

Dino Buzzati, “I giorni perduti”, in 180 racconti, Milano, Mondadori.

La domenica della gioia

Accendo la televisione e vedo visi sorridenti, famigliole felici, tutti con un bel sorriso stampato sulla faccia… peccato che sia tutta una finzione, un modo per invogliare me e milioni di altri consumatori ad acquistare un prodotto piuttosto che l’altro…
Qual è la vera gioia?
Oppure vedo un calciatore (per altro profumatamente pagato) che dopo aver segnato il suo goal si lascia andare a manifestazioni di esultanza spettacolari, capriole, scenette e così via (ne parlo da profano, lo confesso: sono calcisticamente ateo), a beneficio del pubblico pagante…
Qual è la vera gioia?
Il nostro mondo sembra aver perso la capacità di vivere la gioia autentica, quella che scaturisce dal cuore. Eppure solo lì si trova la vera gioia.
Il papa Paolo VI scriveva nel 1975, a conclusione dell’Anno Santo, quello straordinario inno alla gioia cristiana che è l’esortazione apostolica Gaudete in Domino, dove si legge tra l’altro:
«Sì, l’immenso amore di Dio chiama coloro che provengono dai diversi punti dell’orizzonte a confluire verso la Città celeste, sia che si trovino – in questo Anno Santo – vicini o ancora lontani. E dato che tutti questi convocati – cioè tutti noi – restiamo in qualche misura peccatori, occorre che cessiamo di indurire il nostro cuore, per ascoltare la voce del Signore e accogliere la proposta del grande perdono, così come l’annunciava il profeta Geremia: «Li purificherò da tutta l’iniquità con cui hanno peccato contro di me e perdonerò tutte le iniquità che hanno commesso verso di me e per cui si sono ribellati contro di me. Ciò sarà per me titolo di gioia, di lode e di gloria tra tutti i popoli della terra».
E poiché questa promessa di perdono, e tante altre, ricevono il loro significato definitivo nel sacrificio redentore di Gesù, Servo sofferente, soltanto Lui può dirci, in questo momento cruciale della vita dell’umanità: «Convertitevi e credete al Vangelo». Il Signore vuol soprattutto farci comprendere che la conversione richiesta non è assolutamente un passo indietro, come avviene invece col peccato. Viceversa, la conversione è mettersi sulla giusta strada, progredire nella vera libertà e nella gioia. È risposta ad un invito che proviene da lui, amoroso, rispettoso e pressante nello stesso tempo: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime».
Infatti, vi è forse un peso più opprimente del peccato? Un’angoscia più desolata di quella del prodigo, descritta dall’evangelista san Luca? Al contrario, quale incontro più sconvolgente di quello tra il Padre, paziente e misericordioso, e il figlio tornato sui suoi passi? «Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (61). Ma chi è senza peccato, al di fuori di Cristo e della sua Madre Immacolata? Perciò l’Anno Santo – promessa di giubilo per tutto il Popolo – col suo invito a tornare al Padre nel pentimento è anche un richiamo a riscoprire il significato e la pratica del sacramento della Riconciliazione. Sulla scia della migliore tradizione spirituale, noi ricordiamo ai fedeli e ai loro pastori che l’accusa delle colpe gravi è necessaria, e che la confessione frequente resta una sorgente privilegiata di santità, di pace e di gioia».
La vera gioia è la misericordia di Dio che cambia il nostro cuore e la nostra vita.
La vera gioia è avere la grazia di riconoscersi peccatori, e però sapere che l’amore di Dio è più grande del mio peccato.
La vera gioia è accogliere il Dio che viene a visitare il suo popolo. Gli antichi profeti dicevano: “Convertitevi a Dio ed egli si convertirà a voi”. Gesù dice: “Dio si è già convertito a voi, abita già in mezzo a voi, ha fatto lui il primo passo verso di voi: ora convertitevi anche voi a Lui, se volete pace, speranza, gioia”.
Questa è la vera gioia.

Chi brucia i libri, brucia l’umanità

Link all’inchiesta del “Corriere della Sera”

Eppure noi sappiamo: ricordiamo i le fiamme che divoravano i libri nelle piazze della Germania nazista, ricordiamo il rogo della Biblioteca di Sarajevo… I libri sono la storia, la cultura, l’identità non di un popolo solo, ma dell’umanità intera. Se quelli bruciano i libri, e noi guardiamo dall’altra parte, perdiamo anche noi stessi, e non ne verrà che dolore.
Ammiro il frate che parla nel filmato, perchè ha coscienza che non si può salvare un popolo senza salvare la sua cultura, la sua eredità culturale.

«La notte che le bandiere nere sono entrate a Qaraqosh, nella piana di Ninive, ho caricato i manoscritti sul camion, e sopra ho fatto salire le persone, perché dovevo portare in salvo la gente assieme alla memoria della nostra cultura, un popolo senza la propria memoria è un popolo perduto». Padre Najeeb Michaeel, Domenicano, studi in Francia, viveva nel monastero di Qaraqosh, a venti chilometri da Mosul, dove la cristianità è radicata sin dal secondo secolo dopo cristo, dedicando la vita alla ricerca e al restauro di testi antichi. «Non solo testi cristiani, abbiamo sempre raccolto manoscritti musulmani, yazidi, ebraici, armeni e di tutte le comunità che hanno abitato la Mesopotamia: li raccoglievamo, e dopo averli restaurati e inseriti nel nostro archivio digitale li riportavamo nei luoghi da dove provenivano, ecco perché non li ho potuti salvare tutti».
Non può rivelare dove sono custoditi i preziosi codici che è riuscito a salvare dalla furia distruttrice dell’Isis, o Da’ish come li chiamano qui, stato islamico dell’Iraq e della Grande Siria, in arabo: troppo alto il rischio di furti o attacchi, e anche questi frammenti di quasi duemila anni di storia finirebbero in cenere, come i testi rimasti nelle città della piana di Ninive, dati alle fiamme e sacrificati sull’altare della follia integralista. «Salvare questi libri significa affermare che siamo ancora qui, questa è la nostra terra natale, la nostra cultura fa parte di questi luoghi, dagli albori della cristianità, nonostante tutte le difficoltà, le violenze, la paura…so che hanno bruciato tutto, ma questi li ho salvati, e con loro la nostra memoria».«La notte che le bandiere nere sono entrate a Qaraqosh, nella piana di Ninive, ho caricato i manoscritti sul camion, e sopra ho fatto salire le persone, perché dovevo portare in salvo la gente assieme alla memoria della nostra cultura, un popolo senza la propria memoria è un popolo perduto». Padre Najeeb Michaeel, Domenicano, studi in Francia, viveva nel monastero di Qaraqosh, a venti chilometri da Mosul, dove la cristianità è radicata sin dal secondo secolo dopo cristo, dedicando la vita alla ricerca e al restauro di testi antichi. «Non solo testi cristiani, abbiamo sempre raccolto manoscritti musulmani, yazidi, ebraici, armeni e di tutte le comunità che hanno abitato la Mesopotamia: li raccoglievamo, e dopo averli restaurati e inseriti nel nostro archivio digitale li riportavamo nei luoghi da dove provenivano, ecco perché non li ho potuti salvare tutti».
Non può rivelare dove sono custoditi i preziosi codici che è riuscito a salvare dalla furia distruttrice dell’Isis, o Da’ish come li chiamano qui, stato islamico dell’Iraq e della Grande Siria, in arabo: troppo alto il rischio di furti o attacchi, e anche questi frammenti di quasi duemila anni di storia finirebbero in cenere, come i testi rimasti nelle città della piana di Ninive, dati alle fiamme e sacrificati sull’altare della follia integralista. «Salvare questi libri significa affermare che siamo ancora qui, questa è la nostra terra natale, la nostra cultura fa parte di questi luoghi, dagli albori della cristianità, nonostante tutte le difficoltà, le violenze, la paura…so che hanno bruciato tutto, ma questi li ho salvati, e con loro la nostra memoria». (prosegue al link sopra).

Il limbo dell’arte e della bellezza dove regna il re nudo

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Nella chiesa dei gesuiti a Vienna è stata collocata appesa al soffitto della navata questa “installazione artistica”: un’enorme pietra, in realtà di materiali sintetici, comunque del peso di 700 kg e di più che ragguardevoli dimensioni.
Il titolo è “To be in limbo” e (stando al “Corriere della Sera”) dovrebbe rappresentare gli “aspetti minacciosi della fede”.
Trovo che l’oggetto (mi riesce impossibile definirla “opera d’arte”) sia l’ennesima dimostrazione (e ce n’era bisogno?) che l’arte astratta non è capace di veicolare un messaggio religioso, men che meno cristiano. Forse (ma non mi pare questo il caso) può trasmettere una sensazione di “numinoso”… Qui ciò che io vedo è una splendida chiesa in stile tipicamente barocco austriaco, luminosa e gentile, con in mezzo la violenza di un masso ovoidale che incombe minaccioso ed enigmatico come un ufo, incapace di comunicare alcunché. Di sicuro non il mistero del Dio cristiano, il quale non è né minaccioso, né enigmatico, né tantomeno incapace di comunicare. Ad essere finite nel limbo qui sono l’arte, la bellezza e l’intelligenza…
La smania di inseguire le espressioni artistiche più sbarellate, che affligge certi capoccioni di Santa Madre Chiesa, richiede cultura vera e sensibilità umana, cristiana e religiosa. Qui vedo ancora una volta solo il festival dell’ignoranza e dell’ingenuità. Forse un giorno o l’altro qualcuno si accorgerà che “il re è nudo”.
Qui il testo originale sul “Corriere della Sera”