Desiderata

Procedi con calma tra il frastuono e la fretta e ricorda quale pace possa esservi nel silenzio.
Per quanto puoi, senza cedimenti, mantieniti in buoni rapporti con tutti.
Esponi la tua opinione, con tranquilla chiarezza, e ascolta gli altri: pur se noiosi e incolti, hanno anch’essi una loro storia.
Evita le persone volgari e prepotenti: costituiscono un tormento per lo spirito.
Se insisti nel confrontarti con gli altri, rischi di diventare borioso e amaro, perché sempre esisteranno individui migliori e peggiori di te.
Godi dei tuoi successi e anche dei tuoi progetti.
Mantieni interesse per la tua professione, per quanto umile: essa costituisce, un vero patrimonio nella mutevole fortuna del tempo.
Usa prudenza nei tuoi affari, perché il mondo è pieno d’inganni.
Ma questo non ti renda cieco a quanto vi è di virtù: molti sono coloro che perseguono alti ideali e dovunque la vita è colma di eroismo.
Sii te stesso.
Soprattutto non fingere negli affetti.
Non ostentare cinismo verso l’amore, perché, pur di fronte a qualsiasi delusione e aridità, esso resta perenne come il sempreverde.
Accetta docile la saggezza dell’età, lasciando con serenità le cose della giovinezza.
Coltiva la forza la forza d’animo, per difenderti nelle calamità improvvise.
Ma non tormentarti con delle fantasie: molte paure nascono da stanchezza e solitudine.
Al di là di una sana disciplina, sii tollerante con te stesso.
Tu sei figlio dell’universo non meno degli alberi e delle stelle, ed hai pieno diritto d’esistere.
E, convinto o non convinto che tu ne sia, non v’è dubbio che l’universo si stia evolvendo a dovere.
Perciò sta’ in pace con Dio, qualunque sia il concetto che hai di Lui.
E quali che siano i tuoi affanni e aspirazioni, nella chiassosa confusione dell’esistenza, mantieniti in pace col tuo spirito.
Nonostante i tuoi inganni, travagli e sogni infranti, questo è pur sempre un mondo meraviglioso.
Sii prudente.
Sforzati d’essere felice.

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Il papa che vorrei

Dunque, ci siamo: oggi inizia il Conclave. Leggo sui giornali e in rete previsioni, anticipazioni, deduzioni… Siamo un popolo di commissari tecnici, che per l’occasione si trasformano in vaticanisti o addirittura in aspiranti papi.
Comodo. Facile. Decidere quel che gli altri devono fare senza mettersi realmente la talare bianca e caricarsi di tutto il peso, la responsabilità, la sofferenza che questo compito porta con sé.
Nei giorni scorsi scrivevo a un cardinale (sì, ne conosco uno anch’io, non sono personaggi molto lontani dalla vita della gente comune) augurandogli con tutto il cuore di non diventare papa. Non lo auguro a nessuno, specie di questi tempi.
La Chiesa si trova in mezzo a una crisi senza precedenti nella storia, nel vecchio mondo. La cosiddetta “nuova evangelizzazione” non decolla. Non si sa neppure bene in che cosa dovrebbe consistere. Mi pare manchi soprattutto la molla fondamentale che ha spinto la riforma della Chiesa in altre epoche, cioè un autentico desiderio di santità, l’amore per Dio capace di arrivare fino al sacrificio di sé, l’urgenza di “salvare le anime”, di salvare il mondo. Perché il mondo non sa neppure più che cosa significhi salvezza, da chi o da che cosa ha bisogno di essere salvato. E noi da lì veniamo. Se non sappiamo più perché abbiamo bisogno di salvezza, perché dovremmo preoccuparci della nostra e dell’altrui salvezza?
Dal papa che verrà mi aspetto solo questo: che si affacci dal balcone e gridi una cosa sola: “Salvatevi da questa generazione perversa! Gesù solo è la salvezza!”… Che ci aiuti a capire di che cosa davvero abbiamo bisogno, e ci indichi la strada da seguire.
Un lavoro immenso, nella sua devastante semplicità. Non lo chiedo al papa che verrà, perché è, dovrebbe essere, il compito e la vocazione di ogni cristiano.
“Ma il Figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?”

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Non ho votato Grillo, ma…

Non ho votato per il Movimento 5 Stelle, lo dico subito a scanso di equivoci. Non mi convince lo stile oratorio (chiamiamolo così) di Grillo, e soprattutto il suo programma elettorale, pieno di buoni propositi ma che mi pare piuttosto lontano dalla realtà.
E tuttavia sto pensando che, sì, alle prossime elezioni voterò per i Grillini. Perché in questi primi giorni, mi sono accorto che solo loro rappresentano davvero qualcosa di nuovo nel desolato panorama della politica italiana. Gli altri, destra o sinistra o centro, adesso che sono stati collocati a fianco a fianco ai Grillini, appaiono in tutta
la loro mummificata apparenza. Fassina, Lupi, Capezzone, Berlusconi, Bindi, Bersani… parlano un linguaggio lunare, non conoscono la realtà della vita quotidiana della gente. Questi invece arrivano esattamente da quella realtà, la conoscono bene, e poi parlano in maniera “evangelica”: il loro “si’” significa “si’”, il “no”, “no”. Senza doppiezze e senza secondi fini.
I Cinque Stelle saranno ingenui, ma hanno riportato in Italia il desiderio e la volontà di riappropriarsi della politica, di ritormare a occupare i palazzi del potere, e di provare a gestirli in modo diverso.
Gli altri, specialmente i Democratici, mi sembrano intrappolati dentro il loro personaggio, mi ricordano i capponi di Renzo… Dall’altra parte sono troppo occupati, ancora una volta, a salvare Berlusconi per pensare ai problemi del Paese.
Una volta che si entra dentro questa prospettiva, si comprende benissimo qual è la strategia di Grillo, e ci si rende conto che, tra tutte le strade possibili, quella meno devastante, meno precipite verso il disfacimento nazionale, al contrario di quel cbe strombazzano opinionisti e politici di professione, è forse solo quella di Grillo: ricompattare il Paese intorno a dei valori veri, sgombrare il campo da
interessi privati e aziendali, smagrire la politica e tornare a occuparsi dei problemi della gente: questi sono quelli veri, non le alchimie politiche e la distribuzione delle poltrone.

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Ripartire dalle fondamenta

Noi vorremmo innanzitutto presentarci, ancora una volta, a questo mondo in cui noi ci troviamo. Siamo i rappresentanti e promotori della religione cristiana. Abbiamo certezza di promuovere una causa che viene da Dio; siamo i discepoli, gli apostoli, i missionari di Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, il Messia, il Cristo. Siamo i continuatori della sua missione, gli araldi del suo messaggio, i ministri della sua religione, che sappiamo avere tutte le garanzie divine della verità. Non abbiamo altro interesse che quello di annunziare questa nostra fede. Non chiediamo nulla, eccetto la libertà di professare e di offrire a chi liberamente la accoglie questa religione, questo rapporto fra gli uomini e Dio instaurato da Gesù, nostro Signore.
Poi vogliamo aggiungere un’altra cosa che preghiamo il mondo di volere lealmente considerare. È lo scopo immediato della nostra missione; ed è questo: noi desideriamo operare per il bene del mondo. Per il suo interesse, per la sua salvezza. Pensiamo anzi che la salvezza che noi gli offriamo sia necessaria.
Questa nostra affermazione ne implica molte altre. E cioè noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo, qualunque sia l‟aspetto che esso presenta e il contegno che esso gli ricambia. Sappia il mondo d‟essere stimato ed amato da chi rappresenta e promuove la religione cristiana con una dilezione superiore ed inesauribile. È l’amore che la nostra fede mette nel cuore della Chiesa, la quale non fa che servire da tramite dell‟amore immenso, meraviglioso di Dio verso gli uomini. Questo vuol dire che la missione del cristianesimo è una
missione di amicizia in mezzo alla umanità, una missione di comprensione, d‟incoraggiamento, di promozione, di elevazione; diciamo ancora di salvezza. Noi
sappiamo che l‟uomo oggi ha la fierezza di voler fare da sé, e fa delle cose nuove e stupende; ma queste cose non lo fanno più buono, non lo fanno felice, non risolvono i problemi umani nel loro fondo, nella loro durata, nella loro generalità. Noi sappiamo che l‟uomo soffre di dubbi atroci. Noi sappiamo che nella sua anima vi è tanta oscurità, tanta sofferenza. Noi abbiamo una parola da dire, che crediamo risolutiva. E tanto più noi osiamo offrirla, perché essa è umana. 

(Paolo VI a Betlemme, 6 gennaio 1964)

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…perchè voi incomincerete con il rispetto

KEITH-HARING_The-Marriage-of-Heaven-and-Hell-1984…Perché voi incomincerete con il rispetto. Non direte: la vecchia che accende un cero e borbotta una preghiera è una superstiziosa. O: quell’uomo innamorato di un bambino non è che un pederasta. O: questo rivoluzionario incallito è un piantagrane. O: quel prete che va a letto con una donna è un cattivo prete. O: quella donna bisbetica e che opprime i suoi figli è malata. Non direte niente di simile. Non metterete vostro fratello e il vostro prossimo in una prigione. Non ucciderai.
Incomincerete con il rispetto. Non direte: Dio è questo o quello, esiste o non esiste (cioè: è come io lo immagino o: non è come lo immagino). Non mi farete dire quello che vi conviene. Non trarrete profitto da ciò che giunga da lontano alle vostre orecchie per giustificare le vostre malefatte. Non farai immagini di me.
Non vi butterete da una parte o dall’altra, secondo l’umore, il potere che vi spinge, secondo la moda, le convenienze, le comodità. Resterete fondati sulla roccia , irremovibili per ciò che riguarda la verità e la giustizia. Ma saprete che la verità e la giustizia non sono vostre e che niente mi fa così orrore come il fanatismo e l’odiosa confisca di beni senza prezzo. Non venererete né il denaro, né la violenza, né i poteri, né i vostri piaceri, né qualche signore o maestro o padre, né voi stessi. Voi sarete liberi. Non avrai altro Dio oltre a me.
Incomincerete con il rispetto. Lascerete padre e madre, per vivere la vostra vita, sotto il mio sole. Non sostituirete vostro padre o vostra madre con qualcun altro neppure e soprattutto col pretesto di servirmi meglio. Li lascerete, andrete abbastanza lontano per riconoscerli come sono, per conoscerli, uomo e donna, molto simili a quello che voi siete, e per essere loro grati di avervi donata la vita. Perché anche se non vi hanno dato niente di più, e anche se non vi hanno voluti e desiderati – o se vi hanno trasmesso il loro male e la loro miseria – vi hanno dato la vita, qualche cosa di ciò che è al di sopra di loro e viene da me è passato in loro, e voi siete nati, voi che, senza di loro, non esistereste. Così, voi sarete (forse a caro prezzo), riconciliati con loro. Onorerai tuo padre e tua madre.
Incomincerete con il rispetto. Non prenderete all’altro ciò che è suo, ciò che fa parte della sua vita, ciò che lo fa vivere, ciò che lo sostiene nell’esistenza. Non gli prenderete il nutrimento, non gli prenderete il lavoro, non gli prenderete la casa, non gli prenderete quelli che ama: la sua donna, i suoi figli, i suoi fratelli, i suoi amici. Non gli prenderete le sue certezze, la sua speranza, il suo desiderio, l’opera in cui mette il suo spirito, il suo cuore e le sue mani. Non gli prenderete la vita. Non gli prenderete la morte. Non gli strapperete per forza nulla di ciò che lo tiene in vita. Non prenderai la roba d’altri. Non prenderai la donna d’altri.
Incomincerete con il rispetto. Non tratterete nessuno come codardo, buono a nulla, mascalzone, non tratterete nessuno da borghese, da negro, da sbirro, da bolscevico, sapendo d’altronde che ciò che in bocca vostra è ingiurioso per lui può essere segno di dignità. Di chiunque non farete semplice oggetto del vostro piacere. Non insozzerete la parola umana, in cui io mi trovo, non insozzerete la vostra parola con la negazione della giustizia, con l’invito ingannatore, con il disprezzo offensivo, con l’alterazione della verità, con il ricatto o con qualunque cosa che induca altri all’errore o all’infelicità. Se voi parlate male di me, non lo considererò con troppo rigore perché forse non sapete parlar bene di me; saprò ascoltare le vostre grida, le vostre imprecazioni, le vostre mormorazioni. Saprò anche capire che, non conoscendomi o malauguratamente indotti a vedermi completamente diverso da ciò che sono, possiate arrivare fino a maledirmi, o da disinteressarvi di me. Ma non vi perdonerò se vi ostinerete a schiacciare ciò che testimonia di me là dove voi siete: il rispetto della verità, il rispetto della vita e, segno tra i segni, il rispetto di colui che è vostro simile e vostro prossimo, l’altro uomo. Tu non bestemmierai, tu non darai falsa testimonianza.
Non vivrete soltanto per il lavoro, o per il denaro, o per i vostri giochi, o per accrescere il vostro potere, o per assicurare la sistemazione ed il profitto dei vostri. Incomincerete a riservare nelle vostre vite uno spazio alla gratuità in cui sarete disponibili a ciò che avviene, attenti a ciò che non ha prezzo. Rispetterete con cura il posto dove io mi trovo. Così tu dovrai rispettare il mio Giorno.
Incomincerete con il rispetto. Allora vi sarà concesso di entrare in questo cammino dell’impossibile in cui soffrirete moltissimo ed in cui nessuno vi toglierà la vostra gioia. Questa è la porta della mia felicità.

(Maurice Bellet: revue Christus, n.84, giugno 1974, pag. 472 – 473).

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Paolo VI, Omelia della Messa del Giorno, 25 dicembre 1963

«La festa del Natale è talmente ricca di luci, di sentimenti, pensieri, motivi di riflessione e di studio, che non possiamo, in questa terza celebrazione del Divin Sacrificio, non sostare un momento, avidi come siamo di raccogliere i tesori che la Chiesa, la Liturgia, la rievocazione dei Misteri del Signore offrono alle nostre anime.

«Di solito il Natale è considerato da noi nel suo aspetto umano. Basta soffermarsi al racconto evangelico per subirne quasi un fascino letterario, tanto è esso bello, incantevole, avvincente. Si può così ricostruire il prodigioso avvenimento con tutta la sua attrattiva umana, la sua poesia, i canti, i quadri semplici e meravigliosi, così veri, così parlanti, che la nostra devozione ne ha fatto il Presepio: la figurazione del Natale costruita nelle nostre case e famiglie, allo scopo appunto di rievocare ciò che avvenne a Betlemme. Si tratta, nondimeno, della scena umana, sensibile del Natale; ma non è la sola.

«Dietro di essa ce n’è un’altra, immensamente profonda, misteriosa, ricca, che deve attrarre non i nostri occhi umani, ma i nostri spiriti, le nostre menti. È qui l’aspetto più vero e più dovizioso del Natale, quello che ci è presentato, in maniera speciale, in questa terza Messa, e che potremmo definire la teologia del Natale, con i divini splendori che esso racchiude.

Che cosa c’è dietro la scena esteriore del Presepio? C’è l’Incarnazione, la discesa di Dio sulla terra. Qui è la sublime realtà: basta il semplice annunzio per accendere ed alimentare una nostra meditazione senza fine.

«Primo commento vuol essere una parola, semplice e pur essa ricca, così da suscitare nelle anime una fervente contemplazione gioiosa. Che cosa è il Natale? È l’incarnazione, è la venuta di Dio sulla terra. Cioè: noi vediamo Iddio che entra nella scena del mondo. E come e perché? Chiunque abbia una qualche cognizione della realtà che ci circonda, dell’universo, resta sicuramente ammirato della sua grandezza incommensurabile, della arcana sapienza da cui è diretto. Le leggi che si riflettono in questo universo sono così varie, intrecciate, infallibili da offrirci sì un’immagine del Creatore, ma un’immagine che ci lascia pieni di sbigottimento e quasi di timore. Appaiono così inesorabili queste leggi dell’universo, così insensibili, così fatali da lasciarci qualche volta incapaci di saper porre al vertice, su di esse, un Dio personale, un Dio che sente, che parla, che conosce noi, invitati a colloquio proprio con gli ammirevoli ordinamenti che regolano il creato.

«Ma c’è un punto, nel complesso della grande realtà, che noi possiamo conoscere: e questo punto risplende oggi in modo preminente: è il Natale. In esso Dio si rivela nella sua infinita carità; rivela se stesso. In quale forma, in quale maniera? forse della potenza, della grandezza, della bellezza? No; il Signore si è rivelato in amore, in bontà. «Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret». Il cuore dell’Onnipotente si apre! Dietro la scena del Presepio c’è l’infinita tenerezza del Creatore che ama. In una parola: c’è la Bontà infinita. Iddio, amandoci, vuole intessere un colloquio con gli uomini, stabilire con noi rapporti di familiarità. Vuole che lo invochiamo come Padre nostro; diventa per noi fratello e vuole essere nostro ospite. È la Santissima Trinità a dare i suoi raggi a coloro che hanno occhi per scorgere e capacità di comprendere, ed ammirare, così, il mistero aperto di Dio».

 

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Semplicità del Natale (Carlo Maria Martini)

Il presepio è qualcosa di molto semplice, che tutti i bambini ca­piscono. E’ composto magari di molte figurine disparate, di di­versa grandezza e misura: ma l’essenziale è che tutti in qualche modo tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Ma­ria e Giuseppe, con il bue e l’asino, attendono la nascita di Gesù o lo adorano nei primi momenti dopo la sua nascita.

Come il presepio, tutto il mistero del Natale, della nascita di Ge­sù a Betlemme, è estremamente semplice, e per questo è accompa­gnato dalla povertà e dalla gioia.

Non è facile spiegare razionalmen­te come le tre cose stiano insieme. Ma cerchiamo di provarci.

Il mistero del Natale è certamente un mistero di povertà e di im­poverimento: Cristo, da ricco che era, si fece povero per noi, per farsi simile a noi, per amore nostro e soprattutto per amore dei più poveri.

Tutto qui è povero, semplice e umile, e per questo non è difficile da comprendere per chi ha l’occhio della fede: la fede del bambino, a cui appartiene il Regno dei cieli. Come ha detto Gesù: «Se il tuo occhio è semplice anche il tuo corpo è tutto nella luce» (Mt6, 22).

La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accetta­re con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’a­more, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio.

Il frutto di tutto ciò si ha nella parola dell’evangeli­sta Giovanni nella sua prima lettera, quando descrive quella che è stata l’esperienza di Maria e di Giuseppe nel presepio: «Abbiamo veduto con i nostri occhi, abbiamo contemplato, toccato con le nostre mani il Verbo della vita, perché la vita si è fatta visibile». E tutto questo è avvenuto perché la nostra gioia sia perfetta. Tutto è dunque per la nostra gioia, per una gioia piena (cfr. 1 Gv l, 1- 3)Questa gioia non era solo dei contemporanei di Gesù, ma è anche nostra: anche oggi questo Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nell’eucaristia, in particolare nell’ eucaristia di Natale, e ci riempie di gioia.

Povertà, semplicità, gioia: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna.

Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come po­tremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra?

Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone.

Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede. Ed è così che nasce lo spirito di po­vertà: nel fidarsi in tutto di Dio. In Lui noi possiamo godere di una gioia piena, perché abbiamo toccato il Verbo della vita che risana da ogni malattia, povertà, ingiustizia, morte.

Se tutto è in qualche modo così semplice, deve poter essere sem­plice anche il crederci. Sentiamo spesso dire oggi che credere è diffi­cile in un mondo così, che la fede rischia di naufragare nel mare dell’indifferenza e del relativismo odierno o di essere emarginata dai grandi discorsi scientifici sull’uomo e sul cosmo. Non si può negare che può essere oggi più laborioso mostrare con argomenti razionali la possibilità di credere, in un mondo così.

Ma dobbiamo ricordare la parola di san Paolo: per credere bastano il cuore e la bocca. Quando il cuore, mosso dal tocco dello Spirito da­toci in abbondanza (cfr. Rm 5,5; Gv 3,34), crede che Dio ha risusci­tato dai morti Gesù e la bocca lo proclama, siamo salvi (cfr. Rm l0, 8­-12). Tutte le complicazioni, tutti gli approfondimenti che talora ci confondono, tutto ciò che è stato sovrimposto attraverso il pensiero orientale e occidentale, attraverso la teologia e la filosofia, sono rifles­sioni buone, ma non ci devono far dimenticare che credere è in fondo un gesto semplice, un gesto del cuore che si butta e una parola che proclama: Gesù è risorto, Gesù è Signore! E un atto talmente sempli­ce che non distingue fra dotti e ignoranti, tra persone che hanno com­piuto un cammino di purificazione o che devono ancora compierlo. Il Signore è di tutti, è ricco di amore verso tutti coloro che lo invocano.

Giustamente noi cerchiamo di approfondire il mistero della fede, cerchiamo di leggerlo in tutte le pagine della Scrittura, lo abbiamo declinato lungo vie talora tortuose. Ma la fede, ripeto, è semplice, è un atto di abbandono, di fiducia, e dobbiamo ritrovare questa sem­plicità. Essa illumina tutte le cose e permette di affrontare la comples­sità della vita senza troppe preoccupazioni o paure.

Per credere non si richiede molto. Ci vuole il dono dello Spirito Santo che egli non fa mancare ai nostri cuori e da parte nostra occorre fare attenzione a pochi segni ben collocati. Guardiamo a ciò che suc­cesse accanto al sepolcro vuoto di Gesù: Maria Mad­dalena diceva con affanno e pianto: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto». Pietro entra nel sepolcro, vede le bende e il sudario piegato in un luogo a parte e ancora non capi­sce. Capisce però l’altro discepolo, più intuitivo e semplice, quello che Gesù amava. Egli «vide e credette», riferisce il Vangelo, perché i piccoli segni pre­senti nel sepolcro fecero nascere in lui la certezza che il Signore era risorto. Non ha avuto bisogno di un trattato di teologia, non ha scritto migliaia di pagine sull’evento. Ha vi­sto piccoli segni, piccoli come quelli del presepio, ma è stato suffi­ciente perché il suo cuore era già preparato a comprendere il mistero dell’amore infinito di Dio.

Talora noi siamo alla ricerca di segni complicati, e va an­che bene. Ma può bastare poco per credere se il cuore è di­sponibile e se si dà ascolto allo Spirito che infonde fiducia e gioia nel credere, senso di soddisfazione e di pienezza. Se siamo così semplici e disponibili alla grazia, entriamo nel numero di coloro cui è donato di proclamare quelle ve­rità essenziali che illuminano l’esistenza e ci permetto­no di toccare con mano il mistero manifestato dal Ver­bo fatto carne. Sperimentiamo come la gioia perfetta è possibile anche in questo mondo, nonostante le soffe­renze e i dolori di ogni giorno.

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